Rassegna storica del Risorgimento

BATTAGLIA DI MENTANA 1867; BERNA GIOVANNI CARTE
anno <1983>   pagina <211>
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Libri e periodici
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Tuttavia nel Mazzini e negli altri brevi saggi che lo seguirono alcune messe a fuoco di evidente significato e valore il peso delle dottrine sansimoniane sul pensiero di Mazzini, la centralità del suo unitarismo anche rispetto all'istanza repubblicana, certi riconoscimenti che non avevano più l'aria del semplice contentino erano tali da far capire che Salvemini, corretto il tiro, era sulla strada buona per centrare l'obiettivo. Quello che avvenne a partire dal 1911, prima con il coinvolgimento sempre più massiccio nel giornalismo militante, quindi con l'esilio americano, ebbe su Salvemini un effetto tale da giustificare la disperazione di Villari per lo sviamento del suo allievo, il quale però non abbandonò affatto un tema che ormai gli appariva determinante per la com­prensione di tutto il processo di unificazione. L'analisi che Galante Garrone ci offre degli appunti di Salvemini per i corsi universitari di Firenze e poi di Harvard (opportuna­mente riprodotti in appendice assieme al testo di alcune conferenze) ce lo dimostra con chiarezza: è un'analisi cosi perspicua che a qualcuno potrà sembrare troppo minuziosa e troppo tesa a valorizzare o a mettere in risalto questioni che oggi appaiono scontate, ma è anche il modo più sicuro per ricostruire la lunga gestazione interiore della meditazione di Salvemini e per precisare linee e contorni di una parabola che è fondamentale acqui­sire alla nostra conoscenza. In mezzo alle molte esercitazioni di alta filologia, che eviden­ziano la serietà e la severità con cui Salvemini intendeva il proprio mestiere di docente, assieme all'enunciazione ed alla risoluzione di alcuni basilari problemi di interpreta­zione del primo pensiero mazziniano, da questi appunti e frammenti di varia natura balzano fuori con nettezza tutta la strada percorsa da Salvemini, tutto l'arricchimento delle sue ricerche, tutti i mutamenti della sua prospettiva d'avvio, e si può vedere come la grande lezione del mazzinianesimo, lungi dal restare fredda materia d'indagine, riu­scisse ancora ad incidere in profondità e ad orientare il giudizio sulle vicende più scot­tanti degli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, fino a fecondare l'idea stessa del socialismo: nessuna possibilità di identificazione in toto, certamente, risultando l'em­pirismo salveminiano di matrice positivistica (o, meglio, illuministica) troppo lontano dal misticismo metafisico di Mazzini; ma una sensibilità molto accesa al valore del messaggio mazziniano, una ce somiglianza , come suggerisce Galante Garrone nella sua bellissima conclusione (p. 239), questo sì, al termine di un lungo travaglio interiore e di una vita segnata da sofferenze d'ogni genere. L'ironia sferzante di certe pagine della giovinezza, alcune boutades tipiche del primo Salvemini sono completamente dimenticate e sostituite da affermazioni che ci dicono come per lo storico pugliese Mazzini non sia più soltanto un personaggio da indagare ma sia diventato un modello di vita: non certo fino al punto di farlo rinunziare alla visione laica della vita, ma almeno fino a fargli accettare sere­namente la constatazione del mazzinianesimo come sistema religioso, tanto da scrivere: <c Questa intenzione di universalità viene a Mazzini dalla sua fede religiosa. E chiunque voglia agire sugli altri uomini, e non è uno speculatore volgare, ha bisogno di essere sorretto da una fede religiosa, se vuol fare opera di vera bontà. Non è detto che tutti gli uomini debbano avere la stessa fede religiosa [...]. Quel che importa, è che nella visione, che ciascuno di noi si costruisce dell'universo e della propria vita, entri il concetto della obbligazione, che ci incombe, di vivere non per noi, ma per gli altri (p. 239).
Galante Garrone ha affrontato e svolto l'arduo compito con il calore, la passione e l'umiltà dello studioso che a sua volta è anche un maestro. Gli appunti lasciati da Salvemini sono tanto stimolanti che Galante Garrone è spinto a riprendere i problemi da essi aperti e a discuterli, di solito per farli propri e convalidarli con altre argomenta­zioni, qualche volta per criticarli, sempre comunque nel solco di quelle sollecitazioni che gli erano venute dall'ultimo Salvemini: Qualcosa di quel suo Mazzini aveva raggiunto anche me , scrive (p. 72), ed è un po' poco se ci deve dare un'idea del contributo personale da lui dato alla ricerca, del suo metodo d'indagine, della sua vasta conoscenza della storiografìa su Mazzini, della sua posizione centrale nella nostra cultura rispetto a questo particolare settore degli studi. Ma non è per caso che si diventa maestri.
GIUSEPPE MON SAGRATI