Rassegna storica del Risorgimento
BATTAGLIA DI MENTANA 1867; BERNA GIOVANNI CARTE
anno
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1983
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pagina
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215
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Libri e periodici 343
della Sinistra estrema per lui stava proprio nel fatto che Sella, trovando imprevedibilmente un afflato ed un lessico mazziniani, era stato tanto abile da sottrarre alla rivoluzione quel mito della Roma da rivendicare al Papato che era tra i pochi ancoraggi ideali sopravvissuti alle battaglie del Risorgimento, e ne aveva fatto, anche se in posizione quasi isolata alTin-terno del Governo di cui era membro molto autorevole, il canto dei cigno di una Destra avviata sul viale del tramonto. Una Sinistra cosi depotenziata sarebbe anche potuta salire al potere, secondo una soluzione che nel 1873, alla caduta del ministro Lanza, Sella avrebbe senz'altro preferita a quella, poi messa in atto, della presidenza a Minghetti.
Il segno della bontà del lavoro di Guiccioli sta, a mio parere, prima di tutto in questo capovolgimento del giudizio corrente su Sella di cui viene consegnato ai posteri un ritratto nel quale l'attenzione dei lettore, più che sui particolari minuti di un'esistenza breve ma molto densa, è orientata sapientemente verso i toni morali (a ci prefiggevamo un fine più etico che politico , aveva avvertito Guiccioli nella Presentazione), verso i principi cui si ispira la sua azione, verso la coerenza e la fermezza con cui essa persegue non gli interessi di un partito o di una classe ma il consolidamento dello Stato dentro e fuori dei confini nazionali. Prima della biografia di Guiccioli si era tutt'altro che d'accordo nel valutare i meriti di questo orgoglioso discendente di una famiglia di mercanti di panni del Piemonte: a parte l'opposizione che lo aveva accusato delle maggiori turpitudini per il suo operato di ministro delle Finanze e lo aveva bollato come un affamatore del popolo, era stata la stessa vecchia Destra che non lo aveva mai accettato pienamente e gli aveva fatto carico di aver dato il colpo di grazia a quella rigida linea di condotta di cui i Balbo e gli Azeglio e gli Alfieri erano stati riconosciuti a posteriori i custodi gelosi; la sua fierezza non era piaciuta quando si era manifestata come indipendenza dal sovrano e quando lo aveva portato a scontrarsi con gente che, come il generale Cialdini, meglio interpretava le velleità battagliere di Vittorio Emanuele II accettandone e favorendone le iniziative personali; infine qualche sua strizzata d'occhio alla Sinistra, chiaramente molto tattica e per niente da sprovveduto, era stata vista come un tradimento, come l'avvisaglia di un passaggio di campo o, nel migliore dei casi, come la prova di una baldanza troppo precipitosa che faceva a pugni con la prudenza di un Lanza o di un Visconti Venosta. Non a caso, tra quelli che ebbero Sella in maggior dispetto ci furono certi esponenti della classe militare; e la frase, ripetuta fino all'ossessione da Cialdini (bisogna esser forti se si vuole esser ricchi e non viceversa), non era che una replica alla sua ricetta che non prevedeva solo tasse e imposte ma anche tagli di spesa e riduzioni nel bilancio del ministero della Guerra.
Su queste e su altre critiche Guiccioli passò un colpo di spugna, non nel senso che non ne tenne conto ma nel senso che ne mise in luce con acume la miopia o la pretestuosità: il suo Sella aveva sempre agito con un alto senso di responsabilità e sulla base di pochi ma radicati e disinteressati convincimenti al cospetto dei quali le posizioni di avversari e compagni di partito dissenzienti erano destinate a fare una figura ben meschina o, quanto meno, a dare l'idea di una minore nobiltà d'animo: si pensi alla sottile raffigurazione di Minghetti, oratore forbito ma tanto freddo e circospetto quanto Sella era vibrante e concreto pur nei suoi impacci e nella sua incapacità di fare il bel discorso ; e la stessa contrapposizione si coglie nell'analisi delle doti politiche ed umane dei due statisti, e sempre Minghetti appare un po' la vittima di un pregiudizio che non è mai espresso con chiarezza ma che comunque si legge tra le righe, soprattutto attraverso i toni neutri con cui è raccontata la sua azione o quando, in tema di provvedimenti finanziari, il Bolognese ci viene mostrato incline per amor di potere a cedimenti che il compagno di partito non avrebbe mai tollerato. In mezzo a tanti politicanti esperti in operazioni di piccolo cabotaggio parlamentare, e tutti, chi più ohi meno, solleciti più del proprio particolare che del bene comune, il Sella di Guiccioli emerge e si solleva fino a rivestirsi dei panni del pedagogo nazionale, di colui che addita ai compatrioti la via difficile del sacrificio come la sola capace di portare ad un progresso che non sia mero soddisfacimento dei bisogni materiali e indica nella tenacia, nella pazienza, nella laboriosità, nella sobrietà, nel risparmio le grandi virtù su cui si edificano, poggiano e prosperano le sorti degli Stati.
Nella penna di Guiccioli il Biellese assurge dunque a modello ideale per l'italiano del futuro in un momento in cui l'Autore segue con ansia ed amarezza l'affermarsi di un