Rassegna storica del Risorgimento
BATTAGLIA DI MENTANA 1867; BERNA GIOVANNI CARTE
anno
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1983
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pagina
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219
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Libri e periodici
347
internazionali rapporti di dipendenza alle nazioni produttrici di materie prime agricole, del rutto diverse sono le condizioni obbiettive in cui si trovano gli USA e gli altri Stati europei che l'A. prende in esame: si tratti della Francia o della Confederazione germanica o della, frantumata realtà della penisola italiana, nella quale, cadute le speranze di superare il troppo frastagliato reticolo doganale, qualsiasi serio processo di sviluppo è comunque ostacolato dalle ristrettezze del mercato interno.
In essi, una base agricola più o meno progredita sospinge i sostenitori del libero scambio a vedere nella divisione internazionale del lavoro la strada più sicura allo sviluppo in genere e alla crescita industriale in specie. In Francia, lo Chevalier, mentre accusa i protezionisti di misoneismo e di pavidità imprenditoriale, osserva che a il y a dans l'industrie encore beaucoup de personnes qui trouvent commode de dormir sur l'oreiUer de la protection (p. 117); in Germania, J. Prince-Smith sostiene che ala libera concorrenza [...] può far crescere alcune industrie, le più efficienti e produttive [] Fa da stimolo, promuove le migliori attitudini, garantisce le esigenze dell'industria, accresce la produttività e fa diminuire il costo di produzione (p. 234); in Italia, alle voci del Cattaneo, che vede in e un vasto mercato continentale [...] il campo più idoneo ad attuarvi la libertà di scambio all'interno e verso l'estero (p. 148) e del Ridolfi, per il quale i mutamenti da introdurre per creare le manifatture e per ammodernare l'agricoltura avrebbero [...I effetti positivi soltanto se fossero attuati nel regime ... di libertà di scambio (p. 159), si aggiunge la netta presa di posizione del Cavour circa la validità scientifica e l'utilità pratica della libertà di scambio (p. 154).
I protezionisti, dal canto loro, distanziandosi dal proibizionismo puro e semplice, e ferme restando le diversificazioni dettate dalle differenti realtà regionali, non hanno difficoltà a ribattere che, in assenza di una qualche misura protettiva, mai le industrie degli altri paesi potrebbero, non che ridurre, nemmeno attenuare il ritardo accumulato nei confronti dell'industria britannica. E il più autorevole di essi, F. List, forte anche dei successi conseguiti in Germania dallo Zollverein, ha buon gioco a sostenere che la protezione è il mezzo per promuovere l'industria e l'industria una componente essenziale della ricchezza nazionale (p. 223), in quanto solo essa può oc dare la spinta idonea a fare uscire l'economia dal sottosviluppo e a farle superare lo svantaggio in cui sono i Paesi arretrati [...] rispetto all'Inghilterra (p. 224).
Lo scontro tra protezionisti e liberisti, tuttavia, non avviene tanto sulla funzione da assegnare all'agricoltura o all'industria in vista dello sviluppo di una nazione, poiché sia gli uni sia gli altri concordano nell'assegnare alla prima il ruolo fondamentale, anche se come puntualizzato da Marx negli anni Settanta sulla scia di precedenti intuizioni del Serra dello Smith e del Ricardo l'agricoltura è divenuta più produttiva, ma non nella stessa proporzione dell'industria. Dove la produttività dell'industria è aumentata di 10, quella dell'agricoltura è forse aumentata di 2 (p. 346). Le posizioni divergono, e sostanzialmente, circa le scelte di politica economica ed è un fatto che ce nei paesi second comers, e nei maggiori di essi e con una solida tradizione economica come la Francia, sono soltanto decenni di politica protezionistica che preparano le condizioni necessarie all'adozione senza danni del libero scambio (p. 284).
La presentazione delle posizioni teoriche offre all'autore la possibilità di ripercorrere il variegato complesso della politica economica degli Stati occidentali, in rapporto alle diverse fasi dell'organizzazione produttiva: dall'industria domestica, alle concentrazioni manifatturiere, alla meccanizzazione dei processi produttivi. Ad esse fanno da sfondo, di volta in volta, i problemi connessi allo sviluppo ineguale dei vari interlocutori, all'accumulazione del capitale indispensabile al decollo economico, alla conquista dei mercati, e, sul piano interno dei singoli paesi, al montare del pauperismo, riscontrabile soprattutto nei primi anni di industrializzazione, oltre che nei cicli di crisi e di carestia.
Un buon volume quindi, che alla ricchezza documentaria attestata pure dalle oltre 50 pp. di Bibliografia e alla sicura padronanza della materia affrontata, aggiunge il pregio di un'esposizione sempre chiara e non priva di una certa efficacia. Peccato che rimpaginazione, all'avvio, risulti difettosa.
CARLO VEBDUCCX