Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno
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1983
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pagina
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347
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Libri e periodici
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politicamente più retrivi, con intensità di pari segno vengono evidenziati i meriti di altri gruppi, che, appartenenti agli stessi ceti, guardarono allo Stato e lo preservarono da un tramonto deleterio per tutti. Dei resto, il decennio 1891-1899 fu, come ha notato Emilia Morelli, un decennio di superamento e di preparazione. Superamento delle diffidenze verso quelle forze e quegli uomini, che non avevano partecipato attivamente al processo unitario; preparazione delle correnti nuove destinate a divenire protagoniste nel secolo XX. E l'accenno della Morelli alle forze e agli uomini, rimasti estranei al movimento nazionale, ci porta ad esaminare un altro aspetto cruciale, quello dei rapporti tra Giolitti, i socialisti ed i cattolici. Ha sempre costituito oggetto di controversia in campo storiografico l'origine cronologica dell'attenzione di Giolitti verso il movimento socialista: secondo Gaeta, che reca elementi assai incisivi, essa nasce sin dal primo governo del piemontese, ben attento a cogliere e a recepire le modificazioni in atto nella società civile ed a trarne le conseguenze sul piano politico . Dopo lo sbandamento ed ti drammatico momento di Monza, è il governo Zanardelli-Giolitti del 1901 a riprendere una politica democratica liberale e, proprio allo stesso anno, esattamente al 4 febbraio, giorno in cui Giolitti pronunzia un importante discorso parlamentare, impostato sui problemi sociali, che angosciavano il paese, Gaeta fa risalire la nascita dell'* età giolittiana . Giolitti inaugura una linea, che sarebbe riduttivo ed in definitiva ingiusto considerare effimera, e che, nello stesso spazio dato ai nuovi ceti imprenditoriali ed al movimento operaio, trovava la sua misura in fin dei conti obbligata . Gaeta, studiando il ed. lungo ministero , tiene presente un altro convincimento saldissimo in Giolitti, e cioè che lo Stato aveva una funzione ineliminabile nel processo di sviluppo del paese . Gaeta segue con estrema attenzione nelle vicende nazionali non solo l'uomo di governo piemontese ma anche il movimento socialista. Di esso, dall'interno, non cela davvero le disfunzioni e l'inguaribile dissidio tra le due anime , la massimalista e la gradualista, ed il paragrafo relativo al dualismo è esemplare per confermare questo che è sempre stato il difetto frenante del socialismo italiano. Pagine meno numerose sono dedicate al movimento cattolico, ma il giudizio di assieme dato sulla problematica sociale di tipo difensivo non è certamente privo di interessanti e centrate osservazioni. Il mondo cattolico, non dimentichiamolo, si mosse nella tutela di valori ad esso connaturati, in ciò agevolato anche dalla spinta spontanea di adeguamento e di inserimento in una realtà politica ed istituzionale, che non poteva più essere modificata ed alterata.
Nell'Impresa libica, che segnò la crisi della politica socialriformistica e determinò nei socialisti uno shock più forte che per tutti gli altri gruppi e partiti politici italiani , l'azione di Giolitti fu condizionata dalla fatalità storica , fu, in altri termini, un'azione necessaria e forzata. L'impegno in terra africana e la parallela e conseguente sconfitta dell'ala socialista gradualista provocarono, ritiene Gaeta, una profonda crepa nel sistema giolit-tiano, minato poi nelle radici ideologiche liberali dall'introduzione del suffragio quasi universale . Nell'evento bellico, subito ma non voluto, e nella grande apertura elettorale, perseguita quasi con caparbietà ma della quale non si riuscì a prevedere le conseguenze, si rintracciano concordemente le cause del tramonto giolittiano. Il giudizio finale di Gaeta sul cinquantennio liberale, che si chiude nel 1911, e sull' età giolittiana, è largamente positivo : il sensibile progresso politico, economico e sociale non può temere smentite di sorta e le stesse voci del passivo , in un esame attento, trovano una confutazione solida e logica. Le parole conclusive di Gaeta sono, come dire, la verifica della citazione di Maturi, fatta in apertura. La presunta "decadenza dello Stato" in età giolittiana era, in realtà,