Rassegna storica del Risorgimento

FILANGIERI GAETANO SCRITTI
anno <1983>   pagina <397>
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Sul pensiero di Gaetano Filangieri 397
come ho detto, ne farà la rovina... Non sarebbe meglio che tutti fossero ugual­mente poveri? . 41>
Uno dei punti centrali del pensiero sociale di Filangieri, dunque, risiede nel fatto che egli non crede che vi sia una correlazione automatica tra svi­luppo dell'economia e distribuzione delle ricchezze, e che la felicità privata di poche membra non farà sicuramente la felicità di tutto il corpo; anzi, come ho detto, ne farà la rovina . 42> E pur non credendo in un'uguaglianza precisa delle facoltà de' cittadini , 43> indica, ccn chiarezza e puntiglio, quella che dovrebbe essere la condizione media di uno stato ricco e felice .
Non è, dunque, possibile nota l'ottenere una esatta e precisa eguaglianza di ricchezze nelle famiglie d'uno stato; ma, non per questo, è impossibile che le ricchezze vi sien ben ripartite. Io intendo per buona ripar­tizione o distribuzione di ricchezze, una equabile diffusione di denaro, la quale, evitando la riunione di questo tra poche mani, cagioni un certo agio comune, instrumento necessario per la felicità degli uomini. Quando ogni cittadino di uno stato può con un lavoro discreto di sette o otto ore per giorno, comodamente supplire a' bisogni suoi e della sua famiglia, questo stato sarà il più felice della terra; egli sarà il modello di una società ben ordinata. In questo stato le ricchezze saranno ben distribuite; in questo stato, finalmente, ci sarà l'eguaglianza della felicità in tutte le classi, in tutti gli ordini, in tutte le f amiglie che lo compongono . **>
Esiste, in Filangieri, una contraddizione latente, che non viene mai alla luce. Con la continua, ossessiva sua preoccupazione per la realizzazione di un'equa distribuzione delle ricchezze, egli nega almeno in parte le proprie premesse, premesse insieme genovesiane e fisiocratiche. Egli crede che le consuete proposte del pensiero illuminista europeo, che si possono sintetizzare nell'eliminazione degli ostacoli che impediscono uno sviluppo del­l'economia, nella fine della servitù feudale, e nel laìssez faire verso il libero gioco delle forze economiche, possano eliminare la grande proprietà assen­
no G. FILANGIERI, op. cil., voi. Il, libro II, pp. 158-159. La povertà, soffribile nel­l'uguaglianza, non diverrà essa insopportabile all'aspetto dell'opulenza? Le privazioni, indif­ferenti allorché s'ignorano i godimenti, seguiteranno, forse, ad esserlo, allorché questi verran conosciuti? L'umiliazione aggiunta alla miseria non ne duplicherà l'in felicità? La sussistenza non diverrà, forse, più difficile in un popolo, ove la moltitudine è povera, e i pochi sono ricchi, che in quello, ove tutti sono poveri? (Ivi, voi. V, libro IV, p. 286).
42) Se le ricchezze, dunque, non solo sono mutili, ma perniciose a' popoli, quando son mal ripartite, il legislatore non avrà fatto tutto, richiamandole nello stato, se non ha pensato alla maniera di ben ripartirle... * (Ivi, voi. II, libro II, p. 159).
43) Un'esatta distribuzione delle ricchezze nazionali, un'uguaglianza precisa delle facoltà de' cittadini, non può aver luogo che nella fanciullezza d'una repubblica nascente (Ivi, p. 160).
**) Ivi, pp. 161-162. Ho detto con un lavoro discreto di sette o otto ore per giorno aggiunge il Filangieri perché un'eccessiva fatica non e compatibile colla felicità. Lascia­mo a' poeti e ai filosofi entusiasti gli elogi d'una vita interamente laboriosa, e contentiamoci di piangere sulla disgrazia di coloro che sono condannati a menarla (Ivi, p. 162). La solle­citudine del Filangieri per una riduzione dell'orario di lavoro è tanto più notevole in quanto viene espressa in un'epoca in cui preoccupazione dei riformatori era quella di aumentare l'impegno lavorativo delle classi subalterne; si veda, in proposito, F. VENTURI, Settecento riformatore, clt., voi. 1, p. 325,