Rassegna storica del Risorgimento

FILANGIERI GAETANO SCRITTI
anno <1983>   pagina <399>
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Sul pensiero di Gaetano Filangieri 399
delle terre, rìducendo la figura del ricco ozioso che sperpera le sue ricchezze in città, del grande proprietario assenteista.481 Lo sviluppo del commercio e del lusso porteranno ad una redistribuzione delle ricchezze, impedendo loro di stagnare nelle mani di pochi.49)
Sì noti che Filangieri non è affatto contro la proprietà; egli vuole, piut­tosto, che sia diffusa, e considera impossibile la comunanza dei beni in una società evoluta.50 Egli vuole che le terre e le ricchezze siano divise il più possibile tra molte mani, in modo che la sproporzione dei beni non giunga a distruggere l'equilibrio della società;51) per l'autore de La scienza della legislazione, in definitiva, l'obiettivo da raggiungere è l' eguaglianza della felicità pur nella differenza delle fortune, perché, nel momento in cui sod­disfano i loro bisogni, tutti gli uomini sono ugualmente felici . s>
Decennio francese. Anche la questione dei demani entra, non a caso, proprio a questo punto del discorso (P. VILLANI, art. cit., pp. 272 e 266).
48) A misura che in una nazione cresce il numero de' proprietari osserva il Filangieri sì diminuisce il numero de' grandi possessori, i quali fanno non solo, come si è osservato, la rovina della popolazione, ma anche dell'agricoltura, sì per l'abuso che fanno de' terreni, come per le ricchezze e per gli uomini che richiamano nelle capitali. Se ciò che si possiede da uno di questi gran proprietarj, si possedesse da venti o da trenta piccioli proprietari, questi, non potendo reggere il lusso della capitale e della corte, abiterebbero nelle Provincie e nelle campagne, e farebbero valere i loro fondi colla loro presenza con­tinua (G. FILANGIERI, op. cit., voi. I, libro II, pp. 465-466).
*) Il laborioso operaio e l'esperto artista, che non posseggono alcun terreno, possono ancora sperare di divenire anche essi proprietarj e ricchi. Il lusso apre la casa del ricco possidente, e l'obbliga a pagare una tassa volontaria a colui che gli raffina, inventa, molti­plica le arti e i mestieri; ravviva gl'ingegni e incoraggisce, nel tempo stesso, l'agricoltura... (Ivi, voi. II, libro II, p. 174).
5) Non bisogna confondere le leggi proprie per dirigere un ordine di frati, colle leggi proprie per dirigere una società civile. In un chiostro tutto è di tutti, niente è indivi­dualmente d'alcuno, i beni formano una proprietà comune... Non è cosi d'una società. In questa ciascheduno ha la sua testa e la sua proprietà, una porzione di ricchezza generale, della quale egli è il padrone, ed il padrone assoluto {Ivi, voi. I, libro II, pp. 445-446).
5" La moltiplicazione dei proprietari porterà anche, come si è visto, a un migliora­mento del livello di vita dei non proprietarj (Ivi, pp. 436-437). A questo proposito Filangieri cita, con particolare passione, le colonie anglo-americane , nell'America setten­trionale , come esempio di frazionamento della proprietà che comporta il benessere econo­mico e la moralità dei costumi (Ivi, pp. 371 e 420).
S2) Nel momento della soddisfazione dei loro bisogni, tutti gli uomini sono ugual­mente felici, ma la natura non moltiplica in favore del ricco i bisogni della fame, dell'amore, del sonno... Se egli mangia cibi più delicati dell'uomo che vive del frutto delle sue braccia, egli, non per questo, gode più di luì nel soddisfare questo bisogno. Se il suo letto è più morbido, il suo sonno non è per questo più profondo e meno esposto agl'incomodi della vigilia. Nel tempo, dunque, che gli uomini soddisfano a' loro bisogni, tutti sono ugualmente felici. La diversità dipende dalla maniera di occupare l'intervallo che passa tra un bisogno soddisfatto e un bisogno rinascente. Or il ricco ozioso, che occupa tutto il tempo in divertirsi e nell'andare in cerca di piaceri, è ugualmente infelice del povero che debba impiegarlo in un lavoro eccessivo. L'uno soffre, durante questo intervallo, tutto il peso della noja, e l'altro tutto il peso della sua miseria (Ivi, voi. II, libro II, pp. 164-165). È interessante notare che Io Smith, nella sua Theory of the moral sentimelits (1759), si esprìme, su problemi analoghi, con accenti assai prossimi a quelli del Filangieri (cfr., in proposito, H. DENIS, op. cit., pp. 223-224).