Rassegna storica del Risorgimento
CLERO LUCCA SEC. XIX; LUCCA SOCIET? SEC. XIX
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1984
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Sulla storia di Lucca
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continua a essere accettata e voluta a rutti i livelli, perché quando lo Stato cittadino è ormai in dissoluzione, la Chiesa rappresenta ancora continuità, protezione, sicurezza. La religione diventa nella considerazione generale una forza terrena più che spirituale; l' influenza del clero è legata ormai non tanto al possesso di beni, quindi a un prestigio locale, quanto al potere di un organismo sopranazionale, plurisecolare che neanche la grande rivoluzione è riuscita a destabilizzare.
Dopo la reversione alla Toscana nel '47 e soprattutto dopo il '48-'49 qualcosa comincia a mutare. L'alleanza trono-altare cambia fisionomia: si verifica un progressivo sganciamento della Chiesa dalla protezione del principe. L'aspetto più rimarchevole nei decenni successivi sarà un concetto nuovo, più largo, di Chiesa, che comincerà a significare non solo ecclesiastici, ma anche fedeli. Nel '49 nasce la Pia Aggregazione Cattolica, una delle prime forme di circoli di laici, che sfoceranno poi nel movimento cattolico. L'associazione sorge con carattere elitario, formata in gran parte da aristocratici. È l'inizio da parte del patriziato dice Camaiani di un recupero del terreno perso sul piano politico attraverso un tentativo di dare un indirizzo diverso al rapporto potere civile e potere religioso.
I patrizi, insieme ai preti, sono i cardini dello Stato cittadino: Camaiani valuta l'influenza politica della nobiltà, la sua funzione sociale, i suoi rapporti col clero; mette in evidenza quanto essa abbia operato per la tutela della religione. Esamina anche le relazioni intercorrenti con i contadini e il persistere della componente paternalistica che caratterizza questo tipo di legame. A Lucca non c'è contrapposizione tra i due ceti, perché il fattore religioso esercita una funzione unificante che si tramanda attraverso il tempo.
L'evoluzione che si manifesta all'interno della ristretta cerchia dell'aristocrazia dalla fine del 700 all'unità è oggetto di una attenta analisi da parte dell'autore, che, come ha fatto per il clero, non considera questo ceto come un blocco monolitico, ma coglie le sfumature di posizioni e di atteggiamenti dei singoli. Ne delinea inoltre la forza economica e la consistenza dei beni; interessante il lento processo di dissoluzione dei patrimoni nobiliari che inizia con la repubblica democratica, per cui a metà secolo, secondo la documentazione reperita, solo pochi patrizi sono ancora padroni di grandi proprietà terriere; la maggioranza ha beni fondiari di modesta consistenza. Con il progressivo, quasi totale, assenteismo dalla vita industriale e commerciale dello Stato (i nobili non sono più mercanti), non si forma per ora un nuovo ceto intermedio imprenditoriale, mentre emerge un gruppo di notabili {funzionari, impiegati, professionisti) che si amalgama con la vecchia aristocrazia in maniera non conflittuale: non si tratta, dice l'autore, di un'alternativa al patriziato e neanche della avanguardia di una nuova classe borghese. C'è qualcosa di statico in questa società lucchese fino alla seconda metà del secolo; nulla cambia; la mentalità resta quella plasmata dalla religione; perciò, sostiene Camaiani, non vi è lotta tra le diverse classi sociali.
Tn questo sostanziale immobilismo, dall'ambito del notabilato emerge una minoranza liberale moderata, che finisce col rivelare una propria fisionomia, legata alla tradizionale formazione lucchese. Nel tracciare una linea di sviluppo di atteggiamenti politici e culturali, Camaiani individua nel municipalismo e nel guelfismo i due motivi centrali intorno ai quali ruota l'interesse della società lucchese dopo la reversione del '47. Il municipalismo-anti-