Rassegna storica del Risorgimento

D'ADAMO GIANCARLO
anno <1984>   pagina <224>
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Libri e periodici
devozione al S. Cuore di Gesù, attirandosi le accuse di filogesuitisrno, tanto da essere esone­rato dall'incarico. Divenuto canonico della cattedrale continuò ad esercitare il suo ministero in vari modi, finché in seguito a designazione dell'imperatore Francesco Giuseppe, con l'approvazione ufficiale di Radetzky e dei vescovi lombardi fu nominato vescovo di Brescia nel 1850.
In Brescia trovò un clima piuttosto freddo, in una città che ancora soffriva delle ferite delle dieci giornate, dopo la dura repressione e le tasse straordinarie impostele dal governo austriaco a riparazione. In più c'era stato nel 1849 anche il colera e le condizioni dei popolani di pianura e montagna erano disagiatissime. Confrontata con altre diocesi italiane, specialmente del Sud, quella di Brescia era estesa (ben 370 parrocchie) e ricca di sacerdoti {più di mille), che avevano in gran parte appoggiato lo slancio patriottico del 1848. Mons. Verzeri fu accusato dai liberali di austriacantismo ; il Fappani trova molte riprove e afferma che certo sarebbe assurdo che esso venisse rimproverato a vescovi come il Verzeri cresciuti nella più perfetta disciplina (p. 72). Particolarmente controverso è il suo intervento a favore di Tito Speri, condannato a morte dall'Austria. In effetti il Nostro si rifiutò di firmare una petizione di grazia sottoscritta da quaranta cittadini, ma a quanto affermano varie testimonianze si adoperò segretamente, e inutilmente, presso il feldmaresciallo Radetzky. Nel 1859 il suo episcopato affrontò uno dei momenti più difficili, diventata Brescia principale retrovia delle ultime battaglie della campagna. Verzeri procrastinò il suo atto dì lealismo verso il nuovo governo, ma dopo la pace di Zurigo si senti sciolto dal giuramento di fedeltà all'imperatore. Sorsero subito contrasti a causa della legislazione del nuovo Stato, mentre i richiami di Pio IX non lasciarono indifferente il Nostro, devotissimo al Papa. In queste polemiche si mise in luce un giovane deputato, Giuseppe Zanardelli, e si costituì a Brescia un gruppo di sacerdoti che volevano essere nazionali.
Per la sua profonda spiritualità e per l'essere a capo della seconda diocesi della regione, ma anche per la sua innata gentilezza e per l'equilibrio dimostrato, mons. Verzeri finì per diventare il punto di riferimento dell'episcopato lombardo (p. 259), come per le proteste per l'abolizione del concordato (ovviamente quello con l'Austria) e l'introduzione del matrimonio civile. In un clima sempre più laicizzato il gruppo dirigente zanardelliano doveva scontrarsi quotidianamente contro un tessuto sociale che nei piccoli centri s'imper­niava sulla parrocchia; e molte amministrazioni comunali nominavano come maestro il Parroco, sia per motivi economici, sia per pressioni del popolo.
Verzeri partecipò con entusiasmo al Concilio Vaticano, giacché anche prima della definizione come dogma aveva sempre creduto all'infallibilità pontificia. Ma consolidandosi il nuovo Stato unitario, e facendosi sempre più flebili le possibilità di una restaurazione papale il vescovo, con pragmatismo tutto lombardo si dette ad incoraggiare le associazioni dirette a sensibilizzare gli animi e spingere i cattolici all'azione assistenziale. Così difese la Società di S. Vincenzo e non ostacolò il formarsi di un Circolo della Gioventù Cattolica, considerato fra i precursori dell'Azione Cattolica. Negli ultimi due anni di vita, invece, le prospettive pastorali si ampliarono ad un più vasto orizzonte di opere, tanto da prevedere l'iniziativa di una Società operaia cattolica, allo scopo evidente di fronteggiare l'estendersi di quelle mazziniane. Ai funerali nel dicembre del 1883 le autorità cittadine mancarono totalmente, chiaro sintomo del radicalizzarsi della lotta fra cattolici e anticlericali, concretata nel rifiuto della Giunta al trasporto della salma del vescovo in una chiesa indicata dal defunto.
Tirando le conclusioni il Fappani rileva come superati i primi anni non privi di inde­cisioni, il Verzeri ebbe un alto concetto dell'episcopato, dedicandosi pienamente al governo della diocesi. Divisi i giudizi contemporanei; largamente positivi per i cattolici, non altrettanto per i laici, a causa del tiepido attaccamento allo Stato liberale. Nel quadro del dominante integralismo religioso, politico e sociale assieme, si sentì più legato alla Chiesa che allo Stato (p. 424). Forse il suo merito maggiore consiste nel non aver ostacolato la crescita del movimento cattolico bresciano, che sarà uno dei più prestigiosi d'Italia. Pieno sviluppo