Rassegna storica del Risorgimento

D'ADAMO GIANCARLO
anno <1984>   pagina <226>
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Libri e periodici
Tra il 1871 e il 1873 molti elementi cominciano ad accusare il peso di una vita che li ha logorati o a provare, come capita ad Asproni tra un acciacco e l'altro, tra un lutto e un dolore familiare, il fastidio della vita (p. 428); alcune figure se ne vanno (e tra queste, più o meno rimpiante da Asproni, gente come Montecchi, Maestri, Bixio, Manzoni), ma è soprattutto la scomparsa di Mazzini ad aprire un vuoto incolmabile nella democrazia italiana e a privare il movimento repubblicano, oltre che del suo massimo ispiratore, del più valido argine contro le follie dell'Internazionale (p. 287): di quella Internazionale che, salutata alle sue prime prove con una certa simpatia, finisce ben presto per lappresentare agli occhi di Asproni qualcosa a mezza strada tra una forza da manovrare nella lotta contro le monarchie (proprio come predicava la vecchia strategia degli intellettuali borghesi civettanti con la rivoluzione) e una seria minacoia di imbarbarimento della società; perché per il Sardo è vero che i governi europei hanno tutti le loro responsabilità, è vero che i ceti dominanti si dedicano con beata incoscienza al puro sfruttamento e si guardano bene dal seguire l'esempio dell'aristocrazia e della borghesia inglesi che spendono senza misura per andare incontro ai bisogni primari delle masse e solamente così largheggiando scongiureranno per lungo tempo ancora la rivoluzione sociale (pp. 265-266), ma d'altra parte anche lo spettro del socialismo universale (p. 145), un socialismo che tutto livella, non costituisce la più esaltante delle prospettive; ed allora contro la forza bruta dell'Internazionale (p, 219) che è come una marea che monta l'unica diga è rappresentata dalla Repubblica e la sola possibilità di salvezza sta nel seguire l'esempio della Spagna di Castelar dove i liberali concorrono a salvare la Repubblica contro Don Carlos e gl'Internazionalisti (p. 459).
Ma, morto Mazzini e con una dirigenza repubblicana che già nell'organizzargli il funerale mostra tutte le sue vergognose spaccature e i suoi personalismi e qui la testimo­nianza di Asproni è sostenuta da una forza icastica che raramente ci è stato dato di riscon­trare chi guiderà questa strategia? chi assicurerà la transizione dell'Italia verso le istitu­zioni repubblicane? Se c'è una cosa che ad Asproni non fa difetto, questa è la fede ingenua e parecchio ottimistica nella incapacità di tenuta del regime monarchico e quindi nell'inelut­tabilità abbastanza prossima della sua fine: per come li rappresenta lui, un Re che pensa solo a divertirsi e che non va d'accordo nemmeno col figlio, i capi del Governo che si distìnguono per somma asineria Lanza e per smodata avidità di potere Sella g una Camera completamente asservita e una magistratura corrotta e senza scrupoli, sono tutti istituti e personaggi che col loro stesso operato non potranno che seppellire il vecchio ordine, rendendo dunque inutile ogni iniziativa rivoluzionaria. Eppure quando non si limita a scagliare invettive e si sottrae alla seduzione del tanto peggio, tanto meglio , l'anziano repubblicano sardo, che in questi tre anni mi sembra dedicarsi con minor senso di frustra­zione al lavoro parlamentare, si rende conto che lo Stato si viene formando e anzi ritiene che per il suo consolidamento si debba presto venire ad una guerra con la Francia, i ladri Galli con cui un conflitto è inevitabile come il fato (p. 196) ed ai quali converrà dare quanto prima una salutare lezione. Ed è perciò che, a lungo preoccupato che l'inerzia del Governo lasci indifeso il paese di fronte a quello che gli sembra un pericolo sempre più sovrastante, psicologicamente nella condizione di chi vede Annibale alle porte, nel momento in cui (settembre 1873) Vittorio Emanuele va a Vienna e Berlino, Asproni, che ha sempre condannato i viaggi del Re per il loro costo, non solo non batte ciglio ma arriva addirittura a compiacersi delle accoglienze che popoli e sovrani stranieri gii riservano: Il Re fu applaudito in ogni stazione. L'Austria ha mandato a complimentarlo in Cormons. L'Imperatore gli prepara accoglienza festosa, È l'Italia che erge la fronte umiliata per secoli ed ora unita e rimessa in piedi per dire ai potenti della Terra: Sono. Se rialzasse il capo dal suo sepolcro Clemente Venceslao, Principe di Mettermeli, vedrebbe cosa è ora e prevederebbe quello che sarà questa terra incantata che egli definiva una espressione geografica. Vittorio Emanuele di per sé è inferiore ad un domestico; ma come capo della Nazione è primaria potenza (p. 459). La Francia quindi è avvertita; e quanto al piccolo particolare che l'alleanza di Roma con Vienna e Berlino possa servire a rafforzare insieme con l'Italia anche il regime Asproni preferisce non pensarci: la sicurezza nazionale innanzi tutto, per il resto speriamo