Rassegna storica del Risorgimento
CARTEGGI (VITTORIO EMANUELE II-PIO IX); FERRETTI GABRIELE LETTE
anno
<
1984
>
pagina
<
283
>
Vittorio Emanuele II e Pio IX
283
quanto necessario per essere assolto dalle censure ed accostarsi ai Sacramenti.
Come si vede, il rapporto tra i due personaggi tende a questo punto per dir così dèlia trattativa a diventare diretto, scavalcando gli intermediari, benché ambedue ecclesiastici, poiché si tratta di un grave affare di coscienza di persona costituita in autorità e che si trova, insieme al suo Regno in critiche circostanze . La minuta di questa lettera non èr come le altre, di mano del card. Ferretti, ma appartiene ad una mano sconosciuta, non certo della Penitenzieria (in questo affare segreto compare, oltre la mano del card. Penitenziere, quella del Segretario dell'Ufficio mons. Peirano), forse della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari.
Tuttavia nella seconda parte della lettera, il card. Ferretti, nel precisare che in ragione del suo ufficio di Penitenziere Maggiore deve curare la conversione delle anime, prende la delicata iniziativa personale (sarà bene che io nel mio particolare la prevenga , ma l'intervento potrebbe essere stato concordato) dà far presente al Vicario di Alba, il quale è a parte dei segreti di coscienza del Re , che la prattica immorale che da diversi anni tiene la Maestà Sua con Donna (la iniziale è chiaramente maiuscola!) triviale e disonesta con pubblico scandalo, essendo nota a tutti i sudditi , costituisce un grave ostacolo alila riconciliazione ecclesiastica, che anzi, da segretissima confidenza fatta da Sua Santità , l'allontanamento del Re da Dio e dalla Chiesa era dovuto non soltanto alle incorse censure, ma anche alla sua condizione di pubblico peccatore . Pertanto il Re era tenuto in coscienza ad abbandonare quella occasione prossima di peccato e tale proposito ri Re doveva poi esprimere nel richiesto scritto autografo. Il card. Ferretti giustifica inoltre i suoi interventi del 12 e quello presente del 28 marzo, come dovuti al santo e religioso ufficio di Penitenziere Maggiore , mentre suggerisce al Vicario di Alba di esortare il Re affinché segua la chiamata di Dio , abbandonando l'occasione peccaminosa e cercando di rimediare ai danni alla Santa Sede.
La risposta di mons. Rinaldi del 13 aprile (n. 5) è interlocutoria, poiché il Vicario di Alba non era riuscito nel frattempo a contattare il Re, il quale, come egli scrive, si tiene lontano dal luogo solito dei nostri convegni, i quali deggiono farsi come di soppiatto e con mille cautele. Quale fosse questo luogo segreto di incontro del Re con mons. Rinaldi non è dato di sapere, ma un accenno contenuto nella lettera successiva del 23 aprile fa capire che quel luogo distava da Alba un lungo tratto di cammino . È interessante il giudizio che il Rinaldi dà nella lettera del carattere del Re, e cioè che tanto [grande] è l'impeto che le cose e gli uomini esercitano su quell'anima angustiata che ha molte disposizioni al bene . Il carattere mutevole ed influenzabile del Re giustificava sia la segretezza dei convegni (basterebbe che fossero conosciute le presenti trattative perché non se ne avesse a sperare più alcun frutto ), sia l'uso d'un linguaggio riservato e fino ad un certo punto misterioso nella corrispondenza. Perciò il Vicario di Alba auspicava quale massimo voto della vita di poter esporre al Pontefice personalmente e minutamente ogni circostanza d'una cosa così delicata e grave ; infatti la prudenza suggerisce di non commettere tutto alla sorte delle poste, delle quali Io stesso noto personaggio (cioè il Re) mi avvertì di non fidarsi di troppo . In realtà mons. Rinaldi non fu mai a Roma, ove