Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO; KLITSCHE DE LA GRANGE TEODORO
anno <1984>   pagina <308>
immagine non disponibile

308 Giuseppe F. de Tiberiis
grafici degli uomini che in qualche modo determinarono, in una o altra dire­zione, la vacillante politica di quello Stato senza territorio.
Per tornare al tentativo di fissare un momento preciso che possa riguar­darsi come la data iniziale della linea politica seguita dal governo napoletano in esilio, occorre tornare indietro, al tempo, cioè, in cui il giovane Francesco sedeva ancora sul trono di Napoli. In tal modo potremo dividere il suo regno in quattro periodi ben distinti:
1) dall'ascesa al trono al 25 giugno 1860;
2) dal 25 giugno all'8 settembre 1860;
3) dall'8 settembre all'8 dicembre 1860;
4) da quest'ultima data allo scioglimento del governo in esilio a Roma.
Il primo, di cui ci ha dato un quadro completo Ruggero Moscati, 3> è caratterizzato da una sostanziale continuazione della politica di Ferdinando II che, a ben guardare, non si distacca da questa neppure in quegli aspetti che lasciano intravvedere uno spiraglio verso forme più liberali. La chiamata, infatti, alla presidenza del Consiglio di un uomo come Carlo Filangieri, non è per Francesco II niente altro che l'attuazione di una espressa volontà testa­mentaria del padre. Per le ore perse, ti lascio Filangieri, disse l'esperto Ferdinando sul letto di morte. Ma in questo anche la vecchia volpe si sbagliò: Filangieri era ormai un uomo del passato ed il suo riformismo di marca francese e murattiana era fuori tempo. Il rimedio era inferiore al male e si risolveva solo in un palliativo insufficiente non solo a curarlo, ma anche a lenirlo.
Il secondo periodo è troppo noto per tentarne una pur fugace analisi: dominata dalla enigmatica figura di Liborio Romano, la storia di quei mesi è forse la più interessante ed oscura, almeno sotto certi aspetti, di tutto il processo risorgimentale italiano. Napoli, in quell'estate, divenne il centro di interessi di tutte le fazioni politiche italiane; i partiti, intrecciando e sovrap­ponendo i loro programmi, unendosi e separandosi, cercando ovunque e comunque alleanze e collusioni più o meno limpide, tentarono di sopraffarsi a vicenda, nel miraggio di imporre le loro soluzioni non solo al problema meridionale ma a quello italiano. Si può dire che l'Italia si fece a Napoli, in quei giorni, nella lotta a più fronti fra autonomisti, (questi a loro volta distinti in reazionari e liberali) unitari monarchici, garibaldini monarchici, repubblicani, anarcoidi ed utopisti visionari. Fra tutti una pletora di conver­titi dell'ultima ora, di opportunisti di ogni specie; cacciatori di prebende e di sinecure, vecchi arnesi di polizia pronti a servire qualsiasi padrone ed a vendersi al miglior offerente.
È lecito parlare per questo periodo di una effettiva politica del Governo? A mio avviso è perlomeno molto difficile: è quasi impossibile ritrovare, fra le contorte fila della situazione napoletana del momento, una traccia condut­trice; ed univoca, atta a guidarci nel labirinto delle iniziative di gruppi e persone di ogni parte. Il Re non si fidava del suo Governo né questo aveva
3) R. MOSCATI, La fine del Regno di Napoli, Firenze, Le Monnier, 1960.