Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO; KLITSCHE DE LA GRANGE TEODORO
anno <1984>   pagina <309>
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Sul brigantaggio negli Abruzzi 309
motivo di credere in lui. Perciò si creò l'assurda situazione di due effettive linee di condotta politica tendenti a fini diversi e spesso contrastanti: da un Iato quella di Don Liborio Romano e dall'altro quella di Francesco IL Se il gabinetto tradiva il Sovrano, ma tentava, in qualche modo, di salvare l'autonomia meridionale , questi tesseva le sue trame scavalcando il Go­verno, salvo poi a sconfessare i suoi agenti una volta che fossero state scoperte le sue manovre. È questo il caso della congiura del conte d'Aquila e, per la parte che possa ritenersi credibile, del misterioso incarico di Gio­vanni La Cecilia in Calabria, L'argomento sarebbe oltremodo interessante, ma ci porterebbe assai lontano dal tema particolare che qui ci interessa; ripren­diamo il nostro discorso sulla politica del Governo napoletano in esilio e precipuamente sul tentativo di fissare il momento iniziale di tale politica.
È noto, comunemente, che la Corte esule a Roma non riuscì ad imporre, né ad imporsi, un comportamento univoco nei confronti dell'assetto da dare al paese nel caso di una eventuale restaurazione; questo pencolare, del prin­cipe e del governo, fra soluzioni assolutistiche ed una timida volontà costitu­zionale, può dirsi l'unica politica di Francesco IL
Ma quando cominciò in effetti? A mio parere al momento in cui il Re uscì da Napoli per ripiegare sui forti. Si potrebbe obiettare che una riserva mentale del Re nei confronti dell'ordinamento costituzionale esistesse in lui anche prima, nei mesi, cioè, fra luglio ed agosto, con particolari tentativi di realizzazione nell'ultimo mese. Ma ci porta al convincimento contrario la circostanza di fatto che gli elementi reazionari, in quel tempo, o erano emigrati per varie destinazioni, i più si erano ritirati a Gaeta al seguito della Regina Madre o si tenevano appartati da ogni attività politica in attesa di momenti migliori. Gli uomini di buona volontà che circondavano ancora il vacillante trono, erano di ben altra provenienza politica: liberali moderati, tenutisi da parte ed anche perseguitati sotto il governo di Ferdi­nando II, come Giovanni Manna, Federico Persico, i tre fratelli Ulloa, (oltre al celebre Pietro, rimase con il Re il più giovane Antonio, inquisito a suo tempo per la congiura dei Rossaroll4) e rientrò dalla Toscana Gerolamo 3>
O Sulla congiura dei Rossaroll. cfr. M. MAZZIOTTT, La congiura dei Rossaroll, Bologna. Zanichelli. 1920 e G. PALADINO, La congiura dei Rossaroll, secondo nuovi documenti, in TI Risorgimento italiano, voi. XVIII, gennaio-marzo 1925, fase. I.
5) Gerolamo Ulloa, fratello minore di Pietro, fu di idee liberali avanzate. Assolto, assieme al più giovane fratello Antonio, per la congiura dei Rossaroll, partecipò, con le truppe napoletane, nel 1848, alla prima guerra di indipendenza. Dopo che Ferdinando II ebbe richiamato il contingente delle Due Sicilie dalla Lombardia, segui il generale Pepe alla dilesa di Venezia, dove si distinse per il suo eroismo, massimamente alla difesa del forte di Marghera. Promosso colonnello e poi generale, alla caduta della Repubblica, esulò in Francia, dove visse, salvo brevi soggiorni a Genova e Torino, fino al 1859, quando, dal Cavour, fu nominato Maggiore Generale del Corpo dei Cacciatori degli Appennini. Distaccato in Toscana come comandante in capo dell'esercito di quel Governo Provvisorio, fu accusato di favorire la candidatura di Gerolamo Napoleone al trono granducale e fu dimesso. Rientrato in Napoli, nel 1860, si pose al servizio di Francesco II. Ottenne, nel 1866. dopo dolorosi rifiuti, la pensione di ritiro dal Governo italiano e si stabilì a Firenze, presso la famiglia Pucci, che lo assistette fino alla morte. Su G. Ulloa vedi A. SCIROCCO, Girolamo Ulloa. l'Unità d'Italia e l'autonomismo napoletano, in Archivio siorico per le provìnce napoletane, terza serie, anno XIX. pp. 547-565, con ampia bibliografia.