Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO; KLITSCHE DE LA GRANGE TEODORO
anno <1984>   pagina <316>
immagine non disponibile

316 Giuseppe F. de Tiberiis
tana, quella di gran lunga più rilevante fu la paura dell'anarchia; al vuoto di potere che si era creato in seguito alla rivoluzione nel Regno, anzi al vuoto repressivo come lo chiamò Carlo Capomazza, w> era preferibile qualsiasi forza che garantisse un certo ordine. Questa fu la grande arma del Cavour nel chiedere l'annessione pronta ed incondizionata delle province meridionali: o l'Unità o il Caos, l'anarchia rossa o sanfedista. Nel piccolo ambiente di Avezzano il Klitsche avrebbe potuto ripetere lo stesso dilemma, avrebbe potuto costituire lui, con i suoi pochi soldati regolari, quella alternativa di ordine e di pace che gli chiedeva il Sotto-Intendente. Ma tali concetti erano troppo ardui per la sua mente di soldato, come d'altro canto lo furono, sul piano generale, per la politica borbonica di quei mesi.
Il Klitsche ricevette la lettera del Cardone lo stesso giorno in cui era stata scritta e cioè il 12 ottobre; nella stessa data, scrivendo al Re, la trasmette con poche parole di accompagnamento, tanto sarcastiche, quanto impolitiche: Il vorace lupo si è fatto agnello , scriverà, senza avvedersi che quella paura di reazioni che regnava ad Avezzano egli avrebbe potuto sfruttarla a suo prò. Ma ciò non è tutto, che la sua preoccupazione di non allontanarsi troppo dalla base, unita a quella di provvedere al rinnovo dell'equipaggiamento per la truppa, gli fece commettere il più grosso degli errori: quello, cioè, di inviare masse di realisti alla presa di Avezzano. La lettera del Cardone resta quindi una invocazione di aiuto priva di risposta, anzi ottiene l'effetto contrario; ad Avezzano, dove le truppe del Re di Napoli potevano presentarsi come nitrici dell'ordine e della pace, giunge una mano di contadini famelici, di sanfedisti accecati dall'odio di classe e dalla brama di bottino. Alla loro testa è uno dei più singolari capi del brigantaggio politico meridionale: don Giacomo Giorgi, gentiluomo o meglio galantuomo di Civitella Roveto. Avvocato, e non privo di cultura e di nome, non parteggiò per gli ideali politici propri della sua classe; facendo sorte comune con le masse reazionarie, le capeggiò in numerose azioni, come appunto alla presa di Avezzano, dove non dimostrò certo di sapersi imporre ai suoi uomini, ma anzi fu animatore delle loro sregolatezze. A quest'uomo, poi, il Klitsche, trascorrendo da errore in errore, con la più elegante indifferenza, affidò il comando della città, creandolo Sotto-Intendente. In tal modo rese del tutto vani gli effetti che avrebbe potuto trarre sfruttando in modo acconcio la lettera del Cardone e cercando in tal modo di guadagnare dalla sua parte il ceto dei possidenti. Il Giorgi fu più tardi tratto in arresto dalle truppe piemontesi e condannato a venti anni di carcere. Morì in prigione soltanto tre anni dopo, nel 1863.
Con lettere successive da Avezzano il Klitsche comunica al Re i suoi movimenti per sottomettere tutta la Marsica e qua e là va dando notizie di prelevamenti di derrate e di taglie imposte a danno dei possidenti del paese. Ma evidentemente a Gaeta si cominciavano a notare le disastrose conse­guenze del voler svolgere in provincia una politica che ripetesse alla perfe­zione quella già esperimentata con successo sessanta anni prima: non erano più adatti i tempi per rinnovare la Santa Fede a danno delle classi più
'*) C. CAPOMAZZA, Sul brigantaggio nelle provinole meridionali d'Italia, Napoli, Vitale. 1864, p. fó. Sul Capomazza vedi anche il mio lavoro, // Brigantaggio meridionale ed il pensiero di Carlo Capomazza, in Rassegna storica del Risorgimento, anno LTIT, fase, TV. ottobre-dicembre 1966.