Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO; KLITSCHE DE LA GRANGE TEODORO
anno <1984>   pagina <317>
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Sul brigantaggio negli Abruzzi
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abbienti e il governo napoletano se ne andava accorgendo. Di conseguenza giungono al colonnello La Grange avvertimenti di moderazione da parte del Re. In margine ad una sua lettera da Avezzano del 22 ottobre, in cui dava avviso di successivi movimenti per l'occupazione dell'altipiano di Rovere, si trova un appunto, firmato dal capitano dello Stato Maggiore Carrelli, ma evidentemente suggerito dal Re, così concepito: Non si spinga troppo oltre, agisca con prudenza e badi nei paesi a farsi amici e non nemici, impedendo ogni reazione sanguinolenta. Ancora una volta il suggerimento di buona politica arrivava in ritardo, quando ormai intorno alla Colonna dei Volontari si era creato il vuoto e quando essa era vista dalle popolazioni più come una mano di briganti che come un corpo regolare di un esercito onorato, venuto a fare buona guerra.
Da questo momento la spedizione del colonnello Teodoro Klitsche de La Grange perde di interesse, scadendo in una serie di ritirate a Sud, fino alla base di partenza, motivate in vario modo, ma in effetti frutto della stan­chezza e delle defezioni dei volontari. Nella corrispondenza del colonnello prussiano non manca qualche buona pàgina di tecnica militare e traspare la sensibilità dell'uomo colto davanti alla forza ciecamente distruggitrice della guerra. Così, contemplando le rovine del ponte romano di Pontecorvo, fatto saltare dai napoletani per esigenze militari, mostra il suo dolore per la fine di quel venerando monumento di vetusta antichità che già serviva il cartaginese Annibale . 17>
L'ultima lettera del La Grange è datata da Roma il 10 novembre 1860. È un misto di delusione, scoramento, ira impotente per la viltà ed incapacità altrui, orgoglio di uomo d'onore e di vecchio soldato. La riporto di seguito:
e La sera del 6 corrente, a tre ore di notte, fu la mia Brigata l'ultimo corpo a lasciare il Regno.
Una porzione aveva tenuto occupato Arpino, e l'altra Arce, un Corpo Piemontese stava a San Germano. Divisai da principio di retrocedere per Sora sugli Abruzzi, per mia sventura dovetti però ravvisare in non pochi dei miei ufficiali titubanza ed in altri manifesta opposizione. Essi sapevano purtroppo, che il colonnello della Guardia sino dalle ore 22 aveva fatto inchiodare i cannoni d'Isoletta e gettare al Liri le munizioni da guerra per ritirarsi sul territorio pontificio, dopo aver minato il ponte.
Raggiunsi lo stesso Colonnello la mattina susseguente a Frosinone, ove lo scongiurai di riunirsi a me col 1 Reggimento Dragoni e col Battaglione di Marina per marciare sopra Veroli e Sora e poi per gli Abruzzi. Invano. Più non connetteva dalla paura. Malgrado la dirotta pioggia proseguii allora la marcia per Piperno, sperando di trovare il grosso del­l'Armata tuttora a Terracina. Seppi però a Piperno che s'era avanzato invece per Cisterna e Velletri. Lasciando la mia truppa a Piperno volai con cavalli di posta appresso all'Armata, sperando di raggiungerla prima di Cisterna e per conseguenza prima del disarmo, per ricon­durre meco quanti corpi mi avrebbero {sic!) voluto seguire per Piperno, Frosinone, Veroli e Sora. Trovai a Cisterna già deposte le armi, Cosi pure a Velletri. Svanite tutte le mie speranze, rimasti infruttuosi i miei sforzi. Il dramma luttuoso era compiuto.
M'è d'uopo intanto, Sire, protestare con la franchezza del vecchio soldato contro la viltà e l'ignoranza dei generali. Ma un Eganiz, un Ruggero, un Sergardi, un Liguori, e imbecilli di simile natura, cosa avrebbe potuto operare che irabecillagini?
Perché prendere la vìa di Fondi che non poteva non condurre in trappola, e perché
17) A.S.N., Archivio Borbone, fascio 1262, folio 265.