Rassegna storica del Risorgimento
PERSANO CARLO PELLION DI
anno
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1984
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pagina
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320
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320 Gianfranco E. De Paoli
della vita brillante, formalista. Ma aveva, probabilmente negli ambienti della Marina, ma forse anche nello Stato Maggiore, molti nemici, invidiosi della sua scalata al successo. Forse anche tra i politici non mancavano gli avversari, come lascia intendere, ma non troppo chiaramente, il marchese d'Azeglio (doc. IX).
Con ciò si potrebbe rispondere all'interrogativo che molti si sono posti: come mai non fosse stato coperto dal Governo di Firenze, al momento del processo davanti all'Alta Corte. Ma indubbiamente anche l'ipotesi della solita faida tra militari deve tener conto che l'opinione pubblica cercava ad ogni costo un colpevole.
Le due lettere del Lanza possono essere occasione per una breve riflessione di carattere generale. La prima (doc. Ili) rivela una stretta relazione tra l'uomo politico di Casale Monferrato e l'ammiraglio, universalmente rispettato, che era riuscito ad avere con Garibaldi, unico o quasi tra i militari piemontesi, un rapporto di cordialità, senza venir meno ai propri impegni. Il Lanza lo ringrazia, insieme all'Azeglio, per aver espresso rincrescimento alla propria rinuncia di rimanere nel gabinetto La Marmora, per dissensi circa i rapporti con la vecchia amministrazione e ne spiega le ragioni.
La seconda (doc. IV), scritta sette anni dopo, è di ben diverso tono. Il Persano aveva chiesto un favore per il figlio ufficiale di marina ed il Lanza, pur non rispondendo negativamente, trova pretesti burocratici per non accontentare subito il suo corrispondente, chiamato solo coll'appellativo gentilizio. Difatti, mentre il Persano era un uomo finito e senza più protettori (d'Azeglio era morto nel '66), il Lanza era Capo del governo italiano, che aveva fatto occupare Roma, votata la legge delle Guarentigie e varata rimpopolaris-sima legge di risanameno del bilancio, voluta dal Sella, che in un primo momento (e giustamente) aveva respinto. Ciò nonostante di Lanza rimaneva, tra i conservatori, uno dei politici più onesti e lineari.
E veniamo ora al più importante gruppo di lettere, quelle di Massimo d'Azeglio, sei per l'esattezza indirizzate a Carlo di Persano e due alla contessa Persano, confidenzialmente Fanella .
Si tratta di un prezioso frammento di carteggio che definisce ulteriormente non solo il carattere arguto di Massimo ed alcuni particolari della sua vita, ma che si può ben definire la storia di un'amicizia, costante per oltre un decennio. Lo statista, l'uomo politico anti-mazziniano, il letterato, l'artista è colto, pure frammentariamente, nei momenti difficili della sua attività di Presidente del Consiglio piemontese e di funzionario pubblico, così come in quelli più sereni, ma pieni di disillusione sugli uomini e sulla vita, che caratterizzarono gli ultimi suoi anni, passati nella residenza di Cannerò.
La lettera del '52 (doc. V) riflette lo stato d'animo di uomo politico alle prese con problemi gravi (il mestiere cane) e sofferente di una vecchia ferita infettagli nel '49 a Vicenza da una pallottola austriaca. La seconda (doc. VI) fa riferimenti all'infezione di colera a Genova ed è importante per stabilire che fu d'Azeglio a incoraggiare e forse spingere Persano sulla strada degli avanzamenti di carriera. Questi pareva un po' esitante ad accettare, perché il Governo lesinava al solito quattrini persino sugli armamenti, ma Massimo insisteva.
Interessanti i cenni sul La Marmora, (Ministro della guerra e sul Ricascai (lo scritto fu redatto a Firenze, dove l'Azeglio si recava spesso).