Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO SCRITTI
anno <1985>   pagina <41>
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Uno scritto di Crispi giovane 41
2 la giusta distribuzione del peso della medesima su' componenti la società, e però il facile percepirne;
3 il rendiconto di chi ne gestisce le varie branche all'autorità costituita.
Dal primo concetto deriva, che ad ogni grado del politico governamento ne venghi utilità.
Dal secondo, che ogni nazionale non ne soffra o giovi il meno o più degli altri, dovendo tutti concorrere ad equabile scopo.
Dall'altro, che gli aventi il di lei potere non ne abusino, e si eviti ogni frode, che di tristissima ventura sarebbe a popoli e re (p. 4).
Crispi, tuttavia, non indugia a mettere a paragone i sistemi diversi, ritenendo, come vorrà mostrare nei due capitoli successivi, che fondamen­talmente la diversità dei sistemi sia da ricondurre alla diversità delle rispet­tive situazioni storiche e che, ad esempio, nei tempi moderni l'ordine finan­ziario richiesto sarà più complesso perché così richiederà sempre più l'accre­sciuta ed accrescentesi complessità delle esigenze della società civile moder­na, proprio secondo il principio dell'armonia. Ammonisce, però, che
una finanza imperfetta di scopo, non può soccorrere le straordinarie fortune; creata con privilegi ed immunità è di servaggio ai fratelli, di danno al fisco; non soggetta ai sindacati, ne cede la sicurezza, il deperimento è a temersi in ogni istante (p. 5).
Dei due capitoli già pubblicati sull'Ore rèo ci limitiamo a riassumere l'ordito con la stringatezza con la quale lo riassume lo stesso Crispi nella conclusione:
La finanza... nei giorni della greca Sicilia, quando il tutto intese a ventura dei popoli, ebbe semplicità di norme e sicurezza; fu dubbia per noi con Roma; nissuna ed instabile all'evo di mezzo, fondata su le norme della civile economia e ridutta ad equità dai Borboni (p. 26).
Ma, nel distendersi dell'excursus, nel secondo dei due capitoli storici, sul regime finanziario borbonico in quel primo quarantennio dell'Ottocento, non possiamo, di là dall'analisi storica propostavi, non rilevare alcuni aspetti che caratterizzano la posizione del giovane Crispi. Egli, intanto (ed è ovvio: non a caso il capitolo ha preso il titolo di attualità), protende i richiami storici al loro confluire nel diritto positivo, nel diritto vigente, e quindi agli effetti operativi, prammatici della legislazione. Ma nello stesso tempo, mostrando di dar fede alla volontà dichiarata del legislatore, egli tralascia di farsi attento alle situazioni storiche determinanti dell'attività legislativa, alle sue condizioni sociali, e, soprattutto, al suo tradursi in efficienza di effetti o al suo impantanarsi entro i vincoli delle forze socio-economiche dominanti. E proprio qui, dove ci aspetteremmo di vedere scaturire un atteggiamento sia pur cautamente critico dall'impegno letto all'inizio della storia antica - - ...e perché son uso il tutto a comporre in Sicilia (p. 6) , vediamo il giovane autore defilarsi ora dietro una genericità di accenni, óra, ancor peggio, dietro un'equivocità di riferimenti che lascia cadere, ad esem­pio, la differenza di fondo che sta tra il dire Sicilia e il dire Due Sicilie.
Così,- da una parte, indarno cercheremmo in termini espliciti quale forza