Rassegna storica del Risorgimento
CHABOD FEDERICO; CONGRESSI MILANO 1983; STORIOGRAFIA ITALIA
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1985
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143
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La nuova storiografia italiana 143
espressioni più avanzate della storiografia liberal-democratica, ha contrassegnato in modo vistoso il secondo dopoguerra. E accanto a quella gramsciana si è fatta strada nel medesimo periodo una meno nutrita ma non per questo trascurabile corrente storiografica cattolica (ma non democristiana), per il cui peso basterà fare i nomi di Gabriele De Rosa (inizialmente, non lo si dimentichi, redattore del quotidiano comunista L'Unità e collaboratore di Rinascita) e di Pietro Scoppola (cattolico popolare, tanto spesso in polemica con la D.C.). Per Diaz, comunque, fra il 1919 e il 1943 la continuità prevale nettamente sul cambiamento: il nuovo comincia certo a maturare, certi interessanti spunti di diverse e più ampie prospettive si fanno sentire negli studiosi che vengono accolti nella Scuola Storica di Roma e nelle riviste, ma è soltanto dopo la seconda guerra mondiale e la Liberazione che il cambiamento prevale sulla continuità.
Di avviso opposto Giarrizzo, per citare soltanto chi più nettamente esprime il parere contrario. Per Giarrizzo il discorso sul continuismo indica una strada assolutamente sbagliata : gli Anni Trenta spezzano la continuità; tutto cambia, tutta una serie di temi arrivano allora a fiotti nella cultura italiana, che non erano presenti in precedenza. E Vigezzi è anchJegli, sostanzialmente, di questa opinione, tanto da essere stato proprio lui a proporre, per la generazione degli storici che si rivelano a partire dagli Anni Trenta, l'indicazione di una nuova storiografia .
Come che sia di questo problema, è certo come sottolinea Vigezzi nella sua Premessa che la discussione sulla periodizzazione, con tutto quel che comporta, si svolge per tutto il libro e indica varie questioni che restano da approfondire.
Una di esse, e non certo la meno interessante e importante, riguarda i rapporti tra politica e storiografia. Premetto che Sergio Bertelli, nella sua relazione, ha attualizzato i problemi relativi al Rinascimento e agli Stati signorili, nel senso che ha messo gli studi relativi in rapporto con il movimento di tutta la società e quindi con la politica: non senza qualche forzatura (magari volutamente provocatoria ). Roberto Vivarelli esprime però perplessità per questo genere di letture , a suo parere tendenziose, intorno ai rapporti tra la politica e la storiografia.
Naturalmente, quando si parla di tali rapporti per il periodo fascista, viene subito alla ribalta il problema del maggiore o minor grado di inquinamento che il regime produsse nella storiografia, e connesso con questo, il problema della esistenza o meno di una fronda da parte degli storici nei confronti del regime. In proposito, Galasso tende a un giudizio severo: la visione per cui in Italia il fascismo quasi non c'era, perché a parte Mussolini e quattro altri cialtroni tutti quanti gli altri avrebbero avuto l'anima e il cuore altrove, è lungi dal persuaderlo: È rimasto in piedi per vent'anni, questo regime esclama ; ha avuto solidarietà, ha avuto il consenso! . Gli fa eco e rincara la dose Luigi Firpo: premesso che la Stretta di freni attuata da De Vecchi di Vai Cismon nel 1935 fu preceduta e seguita da tutta una serie di atti che andavano nella stessa direzione (l'espulsione dall'Università di Ernesto Buonaìutì in omaggio al Concordato, il giuramento di fedeltà al regime imposto aì professori universitari, che tolse alla storiografia militante, mortificandola e umiliandola, uomini come Francesco Ruffini e Gaetano De Sanctis, poi dal 1938 le leggi razziali contro gli ebrei, esiziali per l'Università e per gli studi in generale), Firpo respinge