Rassegna storica del Risorgimento

CHABOD FEDERICO; CONGRESSI MILANO 1983; STORIOGRAFIA ITALIA
anno <1985>   pagina <144>
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Paolo Alatri
l'immagine tollerante e bonaria del fascismo, come di una specie di cane che ringhia e abbaia ma non morde. Si trattò, egli aggiunge, di un periodo lungo e difficile, in cui la libertà della ricerca aveva bensì serbato alcuni spazi, ma erano degli spazi semi-clandestini, e comunque condizionati. Certi settori erano privilegiati, perché conferivano lustro all'italianità, al prestigio dell'Italia nel mondo; ma certi ritratti della storia d'Italia venivano adulte­rati, magari ricoprendone le magagne, e si cercava di nobilitarli obbligando gli storici a sottacere aspetti meno lusinghieri del loro pensiero e della loro azione, proprio per non offuscare le figure di quelli che si volevano presen­tare come numi tutelari della patria. Tutto questo appesantiva e distorceva; la ricerca storica dev'essere totalmente libera, e tale non era quando la si sottoponeva a limitazioni e condizionamenti. Il rapporto della storiografia col regime non fu caratterizzato soltanto da materiale repressione, ma anche da un blocco psicologico più profondo e sottile, che indusse ad auto­censure, scelte di tematiche obbligate, esclusioni imposte. Gli fa eco Piero Treves, per il quale i veri nemici della libertà degli studi e della dignità degli studiosi non furono tanto i cosiddetti squadristi e il quadrumviro De Vecchi, ma gli uomini di cultura o ex uomini di cultura, gli uomini del clerico-fascismo di origine nazionalista: Ercole, De Francisci, Solmi. E Treves cita, in proposito, alcuni episodi emblematici e impressionanti. Gli fa eco anche Giorgio Spini, con le sue finissime notazioni sui rapporti tra cultura storica e regime fascista, con la proposta di una periodizzazione in proposito, che distingue gli anni fino al 1926, in cui restò un certo margine di lotta e di dissenso, gli anni successivi fino alla guerra d'Etiopia, in cui il regime si consolidò e gravò sull'Italia una botte nera , e gli anni posteriori al 1937-38, con l'apparizione anche sulla scena italiana di Hitler e il varo della legislazione razziale, con la caduta definitiva della speranza che il regime potesse dimettere un po' della sua mascalzonaggine, la caduta definitiva di ogni illusione residua.
Questa atmosfera si fece sentire in modo particolare nel campo degli studi di storia del Risorgimento. Ci fu certo chi, come Maturi, reagì all'alte­razione di prospettive fondata da un lato sulla scoperta del carattere autoc­tono, non intimamente legato con le ideologie anglo-francesi, dello spirito italiano animatore delle riforme settecentesche, e dall'altro sul privìlegia-mento di un'altra forza autoctona, l'affermarsi della Casa Savoia, che in un'Italia refrattaria alle ideologie d'Oltralpe avrebbe assicurato alla penisola l'unificazione anche senza la Rivoluzione francese. Così, anche Salvatorelli e Omodeo si batterono con coraggio per la stessa causa.
Saitta ricorda che fino al 1935 gli istituti storici non furono fascisti, e tanto meno lo furono l'Istituto per la storia moderna e contemporanea e l'annessa Scuola. Una loro lettura in chiave nazionalista o fascista, egli dice, dovrebbe essere almeno suffragata da uno sforzo di coloro che allora provvedevano a queste istituzioni, uno sforzo di potenziare una certa visione di primato assoluto dei problemi storici connessi con la storia del Risorgi­mento; laddove invece sia in Gentile che in Volpe ci fu anzi una certa preoccupazione di sciogliere, di annullare il Risorgimento in una storia più ampia, che era la storia dell'Europa, la storia dell'età moderna e contem­poranea. Si può anzi osservare che in questo senso si andò anche troppo oltre. Gentile, nel 1933, scriveva: Oggi il quadro della storia del Risorgi­mento italiano, malgrado la superstite specializzazione di alcuni suoi cultori,