Rassegna storica del Risorgimento

BLAKISTON NOEL
anno <1985>   pagina <245>
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Libri e periodici
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ab imis accentrandola, come trentanni prima per la Sicilia, sulla riforma dei patti agrari, ed altrettanto non a caso, quando la legge viene in discussione in aula, nel giugno succes­sivo, e Giolitti ha costituito il suo terzo ministero, è Nitti a battere in breccia, in nome dell'ala marciarne della maggioranza, proprio questa inconfondibile pregiudiziale sonniniana ( Rendiamo il capitale a buon mercato con una politica linanziaria onesta, diminuiamo le imposte dirette, facilitiamo i trasporti, e questo sarà molto più che creare delle istitu­zioni di credito) ed a tendere una mano ammodernala a Fortunato (Quali sono le riforme più utili all'Italia meridionale? Quelle che accrescono la forza acceleratrice della massa umana e riducono ogni forza ritardatrice dell'ambiente ).
Ma stavolta, a replicare in nome del riformismo agrario conservatore e proprietario, è, altrettanto istruttivamente, non più Sonnino ma Salandra, che è il solo, giova sottoli­nearlo, a parlare globalmente della necessità di una legislazione agraria sistematica, di cui i patti agrari non rappresentano che una fase finalizzata all'eliminazione degli affittuàri, quel trionfo della conduzione diretta, e quindi dell'azienda capitalistica, su cui Nitti e Salandra possono andare d'accordo, anche se il primo vi perviene attraverso un rimaneggiamento complessivo dell'ambiente e Salandra mediante una specifica iniziativa legislativa*
Quest'ultima rimane tuttavia ailo stadio di compromesso e giustifica come ancora a Salandra, nel dicembre 1910, dinanzi al Luzzatti presidente del Consiglio, competa l'ultima parola in merito, con sullo sfondo quelle casse rurali cattoliche, quegli scritti di Maggiorino Ferraris, quell'esempio germanico, l'intervento dello Stato, in una parola, a cui la classe dirigente giolittiana, a cominciare da Nitti e nonostante le antiche simpatie del vecchio presidente per il socialismo della cattedra, è ancora largamente ed ostinata­mente riluttante.
RAFFAELE COLAPIETKA
GIUSEPPE SORGI, Potere tra paura e legittimità - Saggio su Guglielmo Ferrerò (Università di Roma, Facoltà di Scienze Politiche, 43); Milano, Giuifrè, 1983, in 8, pp. 226. L. 15.000.
Il titolo schematizza efficacemente la del resto evidentissima tripolarità grazie alla quale il Ferrerò ha guadagnato rapidamente nel corso degli ultimi anni tra gli scienziati e più ancora tra i filosofi della politica quel prestigio che gli era stato burrascosamente conteso, anche se da più parti riconosciuto in vita. Difficilmente una valutazione pretta­mente sociologica, e men che meno storiografica, della sua opera sterminata e costantemente concitàtissima e qua e là enfatica e declamatoria gli avrebbero potuto riacquistare quel prestigio, dopo le drastiche stroncature crociane del cui peso pluridecennale, come in tanti altri casi, dal Borgese al De Sarlo ed all'Enriques, si avvertiva in ogni modo l'urgenza morale, prima ancora che critica, direi, di sbarazzarsi.
Il giovane A. si è sobbarcato anzitutto all'improba, ma doverosa, per lui non meno che per Croce e per i crociani, fatica di ripercórrere l'opera di Ferrerò, nonostante le sue infinite asperità, incongruenze e non di rado vere e proprie contraddizioni, allo scopo di ricavarne, mediante una serie puntigliosissima di citazioni ed un nesso argomentativo serrato e stringente, una teoria politica del potere per quanto possibile coerente su alcuni capisaldi.
La paura, non essendo altro per Ferrerò la politica che psicologia in azione , con tutta l'approssimazione che una tal formula comporta, costituisce il dato di partenza esistenziale dell'indagine, differenziandosi dunque subito dall'apparente analogia di fondo con Hobbcs, dove essa adempie ad un ruolo di presupposto in funzione squisitamente giuridieo-istituzionale, mentre in Ferrerò e sorgente essenziale ed irreparabile d'infelicità, per esorcizzare la quale attraverso l'ordine sociale l'uomo si affida al potere, i cui princìpi esigono una legittimazione nella cui mancanza il cerchio infernale toma a stringersi sull'uomo attraverso l'uso indiscriminato della forza.
Mentre peraltro la paura rappresenta un'acquisizione primordiale, senza tempo, per così dire, nella riflessione di Ferrerò, in quanto legata, appunto, all'esistenza dell'uomo come tale, la scoperta del principio di legittimità, una folgorazione, si badi bene, e non