Rassegna storica del Risorgimento

BLAKISTON NOEL
anno <1985>   pagina <246>
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Libri e periodici
il frutto di un'analisi sistematica, viene datata dal Ferrerò stesso con sconcertante precisione ai primi di novembre 1918 ed in conseguenza della lettura di una pagina di Talleyrand, data e personaggio troppo simbolici per essere veri e che giovano a mio avviso a filtrare in una collocazione cronologica determinata, la fine della guerra e l'esigenza della rico­struzione, il 1918 che richiama il 1814, la proposta fondamentale di Ferrerò, il ritorno ad una sorta di ancien regime democratizzato nelle istituzioni, ma più che mai aristocratico nelle categorie mentali e spirituali, il ribaltamento, insomma, di Wilson e di Rousseau, che sono gli ariti Talleyrand del momento, con le loro parole d'ordine democraticistiche tout court dell'internazionalismo, del suffragio universale, dell'autodeterminazione dei popoli.
A Mosca ed a Weber, dunque, fa capo classicamente l'A. per un bilancio di dare e d'avere, di convergenze e distinzioni molto interessanti. L'elite dell'uno, però, come la burocrazia dell'altro, non hanno nulla di aristocratico nel senso di eccellenza morale è spirituale, come invece imprescindibilmente per le minoranze attive di Ferrerò, a non parlare delle componenti neomachiaveliiane e neo-hobbesiane della giustificazione, ma non certo della legittimazione del potere in Mosca, e di quelle psicanalitiche e psicologiche di massa del carisma e del capo in Weber, che distanziano fortemente i due pensatori del neomedievalismo della virtù, della fidelitas, della devozione, del Nostro, un De Maistre ammodernato e democratizzato, in poche parole, li parallelo operativo, per così dire, andrebbe condotto per il Ferrerò, a mio modo di vedere, con i teorici e gli utopisti della ricostruzione e del nuovo ordine europeo, i Nitti, i Naumann, i kathenau, per scorgere attraverso quale metodo e strategia di una restaurazione non soltanto formale egli intenda garantire e promuovere quel progresso che è, con ottimismo insuperabilmente ottocentesco, al vertice delle sue commosse aspirazioni.
Giacché la restaurazione, non solo nella complessa struttura diplomatica e culturale di un Talleyrand, ma nella prospettiva visionaria e romanticamente eroica di un Alessandro e persino in quella onestamente massaia di un Luigi XVIII, i tre dichiarati protagonisti della legittimazione in quanto concreta verifica storica, la restaurazione costituisce Vexcelsior della tematica interpretativa del Nostro, sostanzialmente un 1791-1830 antigiacobino ed antinapoleonico, con sullo sfondo Constant, s'intende, ma anche e soprat­tutto, anche qui esplicitamente, De Maistre;
Sono cose, a mio credere, da non sottovalutare, per non lasciarsi abbagliare, e conseguentemente fuorviare, dalla lunga collaborazione, ad esempio, del Ferrerò a quella che appariva la maggior testata del radicalismo italiano, // Secolo, dal suo interventismo più o meno democratico, dalla sua strenua opposizione antitirannica , direi, da Crispi a Mussolini, in cui appunto il movente dell'atteggiamento del Nostro è l'illegittimità del potere, la sua origine precisamente tirannica, o comunque, le sue possibili degenerazioni in tal senso, e solo secondariamente la difesa dellTi/c et nunc democratico, che pur non mancò, e nobilmente, com'è noto, in senso antifascista.
Quando Ferrerò parla di orientamento generale degli spiriti per definire il consenso che è alla base della legittimità, anziché di pubblica opinione, la sostituzione terminologica, più volte rilevata dall'A. ha una portata ed un significato profondi perché trasferisce in un clima tutto emozionale, e perciò sociale, medievaleggiante, definito qualche volta espres­samente religioso, la razionalità laica e borghese che scaturisce dalla stampa, dal parlamento, dal libero dibattito.
La legittimità non è più legittimismo, s'intende, perché è democratica, e trascende di molto la pura e semplice nozione conservatrice di legalità, ma poggia essenzialmente sullo spiritualismo moralistico dell'uno e sul formalismo dell'altra, sicché i richiami all'auto­rità paterna, all'amore vicendevole che elimina la paura e così via, al pari delle meditazioni del sovrano deposto (che è tutt altro che una finzione letteraria, anzi una sorta di auto­biografia per interposta persona, che potrebbe essere benissimo un quid medium tra il Carlo d'Asburgo dell'oggi ed 11 Carlo X di ieri) non si limitano ad evocare un'atmosfera esteriore, bensì un concretissimo stato di fatto tardosettecentesco che, con gli aggiustamenti e gli ammodernamenti del caso, il Ferrerò intende riproporre all'umanità postbellica.
L'A. deplora che il Nostro non abbia condotto a termine la sua grande opera sulla giustizia e non abbia quindi sostanziato di più rilevati contenuti laici la propria visione formalistica del consenso, e quindi della legittimazione, un'impostazione a dir poco austera,