Rassegna storica del Risorgimento

CUOCO VINCENZO SCRITTI
anno <1985>   pagina <297>
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Un inedito di V. Cuoco
297
del tutto nella prima, che, come è noto, è del 1801), si avrà modo di constatare la cruciale prossimità ideologica delle stesure:
Recensione all'Essai {1802)
"Più i governi sono antichi, più sono vi­cini a cadere, se chi li regge non li riforma insensibilmente, accomodando le antiche istituzioni ai nuovi costumi de' popoli". [Qui Cuoco cita da un passo del cap. IV dell'Essai] Ma queste riforme come per lo più si son fatte? Sempre riforme par­ziali, imitate per lo più dagli altri governi, e che in vece di correggere una parte di­struggevano quell'unità tanto necessaria e nella forma del governo e nelle opinioni de' popoli. Chi erano i progettisti e gli esecutori di queste riforme? Ministri senza talento, elevati dal solo favore, che da una carica vacillante aveano solo il tempo di abusarne, e che erano più nemici de' loro antecessori che amici dello Stato. Qual ri­voluzione potrebbe temer mai un sovrano che si applicasse da se stesso alla riforma dell'intero atto costituzionale e che assicu­rasse così la tranquillità sua e de' suoi ministri fedeli, e rompesse tutt'i disegni de' novatori? .
Saggio storico (ediz. 1806)
[...] io sono persuaso che, nello stato presente delle idee e de' costumi dell'Euro­pa, rarissimo e forse impossibile a trovarsi sia un re il quale non voglia il bene del suo regno: ma questo bene non si fa pro­durre, perché deve farsi dai ministri, i quali amano più il posto che il regno e più la persona propria che il posto. ne­cessità dunque costringerveli colla forza de­gli ordini pubblici, il vero fine de' quali, per chi intende, non è altro che garantire il re contro la negligenza e la mala volontà de' ministri. Con picciolissime riforme voi producete un grandissimo bene, e tutte le riforme di uno Stato tendono ad un sol fine, cioè che il re sia veramente re. Ma, per questa ragione, a tali riforme i ministri si oppongono sempre; onde poi i mali di­ventano maggiori, ed inevitabili quelle gran­dissime crisi, per le quali spesso si immo­lano dieci generazioni per render forse fe­lice la undecima.)
Molti temi e motivi accennati nella seconda edizione del Saggio, soprat­tutto quelli relativi alla necessità del buon funzionamento della macchina-Stato spunto, questo, caratteristico della riscrittura del capitolo in que­stione, come portato dell'esperienza maturata nelle decisive prove della mo­narchia amministrativa napoleonica 5> sono già circolanti, in nuce o esplicitamente, nella recensione: tale, ad esempio, la sottolineatura dell'utilità delle piccolissime riforme, come antidoti, apparentemente impercettibili ma mai parziali ed anzi sempre efficaci, ai veleni della rivoluzione.
È chiaro che Cuoco, scrivendo nel 1802, aveva ancora l'occhio rivolto ai problemi del terminer la revolution, dell'arrestarla, come esplicitamente affermava; e certo il nostro non era all'oscuro dell'occhiuto sospetto di Melzi d'Eril verso tutto il periodo dell'anarchie cisalpina e verso le insidie che sarebbero potute venire dalle residue frange disorganizzatrici. Appunto tale preoccupazione muove il consiglio di Cuoco, direttamente mutuato da Bonnet, sulla necessità di anticipare gli effetti dirompenti della rivoluzione, senza arrivare a strette repressive o contrapposizioni frontali. 6>
<> Saggio cit., pp. 52-53.
5) p. VILLANI, Introduzione a Saggio cit., p. xxxvm.
6) Il nodo di questa prevenzione era nella creazione dello spirito pubblico , a sua