Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA MONDIALE 1914-1918; MOVIMENTO CATTOLICO ITALIA 1915-1918
anno <1986>   pagina <329>
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/ cattolici nella prima guerra mondiale 329
fusi nel paese e al fronte da ecclesiastici isolati o rappresentativi solo di una minoranza del clero. Né, d'altra parte, questo clero al tempo stesso pacifico e disponibile al volere delle autorità poteva pensare di suscitare un qualche movimento di protesta contro la guerra.
I procedimenti penali, le inchieste o le misure amministrative di cui, pure, circa 500 sacerdoti furono oggetto nel corso del conflitto, non dimo­strano a mio parere l'opposizione del clero alla guerra che taluni vi hanno intravisto. Piuttosto paiono la prova ulteriore della sospettosità estre­ma e dell'atmosfera di caccia alle streghe che connotarono l'operato delle pubbliche autorità nel mantenimento dell'ordine interno. Era una sospetto­sità che del resto si manifestava non contradditoriamente insieme a continui tentativi di valorizzazione propagandistica, da parte delle stesse autorità e del vario fronte interventista, delle espressioni patriottiche di qualche ve­scovo, dei cappellani militari, di qualche altro sparso ecclesiastico nel paese.
La compresenza di elementi tanto differenti nel comportamento del clero di fronte alla guerra può, d'altra parte, essere meglio compresa qualora si accetti il dato di una particolarità e originalità della presenza della Chiesa nella società. Ciò non significa farne un corpo separato dalle vicende e dagli orientamenti comuni, ma ricomprenderne l'azione sua e del clero secondo l'ottica specifica loro propria. Quest'ottica non era in primo luogo politica, ma religioso-pastorale o quantomeno ispirata alla cultura non solo e non tanto politica dell'istituzione ecclesiastica dell'epoca. Pertanto è difficile consentire semplicisticamente con coloro che nello sfumato e, se si vuole, duplice atteggiamento del clero nell'Italia in guerra hanno scorto soprattutto una tendenza alla mediazione indolore tra i ceti popolari di quei valori patriottici e bellicisti che la borghesia non sarebbe riuscita altrettanto efficacemente a trasmettere. L'interclassismo del clero, abituato per forma­zione a comprendere la cultura borghese ma pure a trattare e a guidare il popolo proletario, avrebbe favorito questa osmosi di contenuti da una classe all'altra.
Indubbiamente una mediazione di valori della cultura borghese da parte della Chiesa e del clero durante la guerra vi fu, e non si deve esitare a riconoscervi la trasmissione di germi e contenuti patriottici e di disciplina bellica. Questo è avvenuto in modo però analogo ad altri periodi della storia italiana, in cui la Chiesa ed il movimento cattolico sono stati una naturale forza di acculturazione delle classi popolari verso varie forme di partecipa­zione alla vita dello Stato e del paese positive o negative che le si vogliano considerare. Ad ogni modo non si dovrebbe dimenticare che la condotta del clero nella guerra era ispirata sovente a motivazioni non immediatamente riconducibili ad un disegno politico più generale, benché poi a posteriori lo storico vi possa ravvedere concreti effetti sulla situazione politica del mo­mento. Prima di compiere un gesto di appoggio o di critica a Salandra, a Boselli o ad Orlando, il parroco che esortava il fedele alla rassegnazione e alla pazienza, o al contrario ricordava che anche i nemici di guerra erano fratelli in Cristo, compiva atti òhe sentiva in continuità con una dottrina e una tradizione secolare. Del pari il predicatore che affermava come il soldato cattolico fosse più. valoroso del soldato anticlericale, prima di invi­schiarsi nella retorica di guerra del buon soldato, compiva una esaltazione integralistica della ricaduta nella vita quotidiana dei valori della fede, dalla quale ogni azione poteva essere migliorata e sublimata. Si tratta insomma di