Rassegna storica del Risorgimento
GUERRA MONDIALE 1914-1918; MOVIMENTO CATTOLICO ITALIA 1915-1918
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1986
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330
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330 Roberto Morozzo della Rocca
tenere presenti, nel rapporto tra il clero e la guerra, non solo il dato del consenso o dissenso al conflitto che veniva suscitato nei vari ambienti sociali, ma anche la cultura che veniva diffusa e fatta sedimentare, una cultura differente sia da quella del pacifismo socialista, sia da quella dei vari volti dell'interventismo.
Nel rapporto con le masse popolari il clero era condizionato dal prepotente influsso della cultura borghese e dalle preoccupazioni di non irritare le autorità civili, e d'altro verso si lasciava umanamente coinvolgere dall'avversione popolare alla guerra. Ma nonostante queste debolezze e contraddizioni il clero nella guerra non rinunciò, anzi continuò più attento di prima, a confrontare i suoi orientamenti e la sua condotta con quello che riteneva l'autentico insegnamento religioso e sociale della Chiesa. Questo era tenuto presente non solo nell'adempimento della missione tradizionale di carattere pastorale, ma pure nell'adattamento al tempo di guerra di quelle concezioni latamente politiche che avevano caratterizzato il clero sino alla vigilia del conflitto. Nell'atteggiamento del clero nella guerra era implicito, non meno che nel periodo prebellico, il senso d'essere portatore di una specifica cultura religiosa, sociale, politica, ancorché tra il clero stesso non sempre vi fosse unità d'intenti e concorde interpretazione della volontà delle gerarchie ecclesiastiche.
Il 1919, con l'impennata politica autonomistica dei cattolici che fu il PPI, ed il loro uscire allo scoperto della scena politica con varie forme organizzative indipendenti, non può non avere collegamenti con la situazione degli anni di guerra. Evidentemente i discorsi che il clero era andato facendo durante la guerra, se all'istante avevano favorito od ostacolato la condotta governativa della guerra, osservati su un periodo più lungo avevano rappresentato un ulteriore passo verso l'approfondimento di un progetto di presenza specifica dei cattolici nella società italiana, in un ruolo non subordinato all'una o all'altra forza politica. La guerra, grande acceleratrice dei fenomeni sociali, aveva agito anche sul mondo cattolico, accentuandone probabilmente la consapevolezza della propria presenza sociale, fondata sulla pastoralità del clero e provvista di una crescente ambizione di affermare pubblicamente i valori di cui era portatrice. Non contrasta con quanto ora notato il fatto che, poi, i disegni di affermazione pubblica dei cattolici fossero più d'uno. V'era la concezione di presenza democratica dei cattolici di cui soprattutto Sturzo aveva chiare le possibilità e i programmi, ma pure l'ansia diffusa di restaurazione di una civiltà cristiana, variamente intesa come un ritorno al sistema di valori e di autorità della societas Christiana d'ancien regime oppure come l'instaurazione di un rapporto tra religione e Stato nazionale di cui la guerra aveva svelato la nuova possibile realtà ed era un modello di restaurazione forse ancor più del precedente affidato al primato dell'esteriore e al braccio dell'autorità secolare.
Queste concezioni conosceranno negli anni successivi alla guerra differenti realizzazioni, dalla parabola del PPI all'accordo con il regime fascista in cui la Chiesa s'illuderà d'aver trovato gli strumenti per una inedita riproposizione di modelli di società cristiana. Né, volendosi fermare al 1918-1922, il PPI risulta essere l'unica espressione dei cattolici in politica, quale generalmente si ritiene. In molte regioni italiane, dove il PPI non aveva presa, esisteva dell'altro. Ed una delle lacune della storia dei cattolici italiani concerne i rapporti tra cattolici e combattentismo. Eppure i dati che