Rassegna storica del Risorgimento
ALBANI FELICE CARTE; ALBINI(FAMIGLIA) CARTE; ANNARATONE ANGELO
anno
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1986
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pagina
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359
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Libri e periodici
359
Tribune. Si tratta di testi in cui risultano in maniera molto viva le impressioni che la Roma papalina e poi repubblicana suscitò in questa scrittrice e giornalista, innamorata dell'Italia e sensibile ai problemi del nostro riscatto nazionale. Nata nel 1810 presso Boston, fu legata al gruppo dei trascendentalisti di Emerson e svolse una notevole attività pubblicistica. Nel 1S46 venne in Europa: visitò la Scozia, l'Inghilterra e la Francia. Ebbe occasione di conoscere durante questi viaggi Carlyle, Wordsworth, Mazzini, George Sand e Mickiewicz. Nel 1847 si recò a Roma e cominciò ad inviare al giornale le sue corrispondenze, testimonianza di una calda partecipazione alle vicende di quegli anni cruciali.
Dire che queste lettere aggiungano qualcosa a quanto sappiamo su quegli avvenimenti sarebbe forse esagerato; ma che siano interessanti non c'è dubbio, perché ci rivelano come le vicende di quegli anni potessero essere viste con simpatia da chi non era parte in causa e proveniva da un mondo lontano e molto diverso.
Queste corrispondenze presentano una cadenza quasi mensile dall'ottobre del '47 all'aprile del '48. Poi c'è un vuoto che va sino al dicembre del '48, dovuto al fatto che la Fuller era in attesa di un figlio, frutto della sua relazione coi marchese Ossoli. Dal dicembre il ritmo riprende sino al luglio del '49, quando le corrispondenze hanno termine con la fine della repubblica romana.
Nel '50 la Fuller, assieme al marito e al figlio, si imbarca per gli Stati Uniti. Periranno tutti e tre nel naufragio della nave a poca distanza dalla costa americana.
Quello che colpisce in queste lettere è la viva partecipazione dell'autrice alle vicende della Roma delle timide riforme papaline e del breve ma intenso periodo repubblicano, con le varie fasi dell'assedio francese e la conseguente capitolazione. I suoi giudizi su personaggi, situazioni e avvenimenti sono dettati da spirito liberale, frutto dell'ambiente da cui la Fuller proveniva e dell'educazione ricevuta. Sono piuttosto belle le pagine dedicate alla popolazione romana, alle sue abitudini, al suo comportamento e quelle contenenti notazioni sul paesaggio.
Ma a noi interessano ovviamente le osservazioni sulla situazione politica e militare, frutto di un'esperienza diretta, vissuta con animo sensibile e appassionato. È la stessa Fuller che fissa molto chiaramente il suo atteggiamento di fronte agli avvenimenti: Quanto qui vedo è degno di essere ricordato e se non posso offrire un aiuto attivo in quest'opera, sarei felice d'essere almeno storiografa di questo momento (Vili, 19 aprile 1848, p. 168).
Tanto per cominciare la Fuller è contraria al potere temporale. Questo non le impedisce di provare simpatia per Pio IX: Quando giunsi a Roma in primavera il popolo era fuori di sé dalla felicità per i primi provvedimenti seri di riforma presi dal Papa. Osservai con gioia l'esultanza infantile e la fiducia della gente. Con altrettanto piacere osservai il Papa nella cui espressione si scorgono non tanto i segni di un grande intelletto, quanto piuttosto quelli della nobiltà e della bontà del cuore e delle simpatie liberali e generose {Ivi, p. 5). È una simpatia che dura e si rinforza col passar del tempo, tanto che due mesi dopo scriveva: ... dà l'impressione che nulla che abbia attinenza con il genere umano gli possa essere estraneo . E aggiungeva: Egli ha dimostrato indubbia saggezza, perspicacia, coraggio e fermezza; è però soprattutto il suo cuore umano e generoso a dargli autorità su questo popolo . Per questo afferma: ... sarò sempre lieta di essermi trovata qui nella sua epoca. I risultati della sua influenza confermano le mie teorie e* per me, l'averlo visto costituisce una vera ricchezza (III, 17 dicembre 1847, pp. 49 e 50).
Questi entusiasmi non sarebbero durati a lungo di fronte al successivo comportamento del papa, alle sue incertezze, ai suoi timori, tanto che, concludendo la lettera quinta che è del 10 gennaio del 1848, la Fuller scriveva che, benché non avesse perso fiducia nel movimento italiano , riteneva che la funzione del Papa nel favorirlo aveva rivelato, prima del previsto, limiti più angusti di quanto si aspettasse (p. 97). Più tardi, nel maggio dello stesso anno, concludeva amaramente: Il problema che egli doveva risolvere era talmente complesso che solo una di quelle menti che sono il prodotto raro delle epoche destinate alla redenzione del genere umano sarebbe stata all'altezza di risolverlo (Vili, p. 158). Un uomo, dunque, debole, al disotto dei compiti che avrebbe dovuto affrontare; la fuga a Gaeta non avrebbe fatto che confermare questo giudizio. Tuttavia per la Fuller una parte di responsabilità per questo comportamento del pontefice spetta anche al cattivi