Rassegna storica del Risorgimento

ALBANI FELICE CARTE; ALBINI(FAMIGLIA) CARTE; ANNARATONE ANGELO
anno <1986>   pagina <360>
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Libri e periodici
consiglieri di cui egli si attorniava,
Si tratta di giudizi piuttosto superficiali, che non colgono ie motivazioni profonde del comportamento del pontefice, il dramma che egli vìsse, lacerato tra sentimenti contra­stanti e opposte fazioni. Essi costituiscono comunque una ulteriore testimonianza di quel­l'insieme di consensi e dissensi, entusiasmi e delusioni che accompagnò i primi anni del pontiiicato di Pio IX.
Dal suo osservatorio romano la Fuller segue anche le vicende dell'Italia settentrio­nale. Nonostante la distanza che la separa dal teatro di quegli avvenimenti, l'idea che la scrittrice se ne fa è centrata, sia per ciò che si ril'erisce al comportamento dei protagonisti sia per quanto riguarda il significato delle loro azioni. 11 linguaggio usato è piuttosto violento nel tono e caratterizzato da epiteti non certamente gratificanti per gli interessati.
Taglienti i giudizi su Carlo Alberto: Egli lottava e faceva progetti non per l'Italia ma per la casa dei Savoia che, come Balbo e Gioberti profetizzavano ormai da tanto tempo, avrebbe regnato assoluta nella nuova e grande era dell'Italia. Carlo Alberto doveva credere alquanto a queste profezie poiché si accordavano perfettamente con le sue aspirazioni ambiziose; non possedeva però il coraggio sufficiente per realizzarle, confidava solo nelle sue truppe ben disciplinate; non era abbastanza magnanimo per credere che si sarebbe potuto fidare completamente del suo popolo (IX, 2 dicembre 1848, p. 181). Il ricatto albertino nei confronti di Milano e Venezia è chiaramente avvertito dalla Fuller; il primo pensiero del re non è stato quello di sferrare un colpo agli austriaci prima che questi si riprendessero dalla sconfitta di Milano, ma piuttosto di servirsi del panico e della necessità del suo aiuto per indurre la Lombardia e Venezia ad unirsi al suo regno (ivi, PP- 181-182).
Carlo Alberto viene sarcasticamente definito un giunco per la sua mancanza di fermezza e il partito moderato viene accusato, per la sua incapacità di liberarsi dalle vecchie abitudini, di aver pensato, seguendo il prolisso Gioberti , che l'unica salvezza possibile consistesse nel rifugiarsi sotto il mantello di un principe senza prevedere che questi sarebbe fuggito gettando a terra il mantello (ivi, p. 183).
Lo sdegno verso il re è così forte che spinge la Fuller a scrivere: Avrebbe meritato che il .popolo, trasportato dalla rabbia, l'avesse ucciso di suo pugno: la sua condotta successiva dimostra quanto sarebbe stato giusto il verdetto immediato della passione (ivi, p. 185).
Anche la ripresa delle ostilità nel '49 da parte di Carlo Alberto viene giustamente vista come un gesto stanco, dettato dalla necessità più che dalla convinzione e attuato sotto la pressione di correnti di cui il re non condivideva le opinioni: Adesso Carlo Alberto ha dichiarato guerra solo perché non avrebbe potuto fare altrimenti, ma in realtà i suoi sentimenti sono nettamente contrari alla libertà; la splendida illusione di poter diventare re d'Italia ormai non brilla più i repubblicani sono in ascesa ed egli avrebbe ragione di sospettare che, se il nemico venisse cacciato, anche il Piemonte potrebbe non essere immune dal contagio repubblicano. A seguito delle insistenze del popolo perché entri in guerra, al momento egli sembra intraprenderla di buon grado, ma, qualora dovesse avere la peggio, probabilmente riuscirà a trovare qualche scappatoia da cui uscire di nascosto. Il topo si salverà, lasciando il leone in trappola (XXII, 20 marzo 1849, pp. 250-251).
La condanna del comportamento di Carlo Alberto va di pari passo con i giudizi negativi riguardanti il Gioberti che, secondo la Fuller, passerà alla storia come un ciarlatano pomposo e prolisso, capace appena di udire l'eco dell'onda che avanza nel suo tempo, ma privo d'ogni cognizione esatta delle esigenze dell'uomo contemporaneo (Vili, 19 aprile 1848, p. 156). E ancora più pesantemente il 20 febbraio 1849: Per quel che mi riguarda, l'ho sempre considerato un vero ciarlatano che mascherava con un manto di parole dai fattissimi ricami l'assenza di vera forza intellettuale (XII, p. 232).
Neppure l'intelligenza del Gioberti si salva dagli strali della Fuller, che riscontra in lui vacuità di pensiero e incapacità di intuizione di una qualsiasi realtà e di quella storica in particolare {ivi, p. 239), tanto da prevedere che presto o tardi egli se ne dovrà andare assieme al suo principe (ivi, p. 239). E quando più tardi ciò si verificherà, la Fuller non mancherà di notare: "L'Illustre Gioberti" è caduto, caduto per sempre