Rassegna storica del Risorgimento

DEMOCRATICI ITALIA 1872-1878; REPUBBLICANI ITALIA 1872-1878
anno <1987>   pagina <175>
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La democrazia repubblicana (1872-1878)
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tra il 72 e il 74, ma non apportava alcuna innovazione. Ribadiva, piuttosto, l'assoluta e irremovibile condanna della lotta di classe e dello sciopero, segnando il trionfo ed il consolidamento delle posizioni più intransigenti. In questa prima parabola temporale che segue la morte di Mazzini si erano, dunque, delineati alcuni tra i temi più seri sui quali il repubblicanesimo si interrogava. La questione religiosa, a parte alcune sacche di fedeli osse­quienti, sarà spinta gradatamente ai margini delle contese dialettiche e resa inoffensiva, anche se non potrà mai essere cancellata completamente. L'atti­tudine innata all'insurrezione sarà, invece, più dura ad eclissarsi; attenuata dopo l'episodio di Villa Rum, sarà prolungata, ancora per qualche tempo, dagli ardori irredentistici. Ma è, senz'altro, l'astensionismo parlamentare a risultare di fatto la condizione politica e lo stato d'animo attinente più disa­gevoli da superare. Tale rinuncia, definita dagli storici una sorta di non expedit laico e un voto di castità, si alimentava di un alto significato etico nel rifiutare le istituzioni della monarchia, ma anche di una ritrosia, per alcuni quasi fisica, dal pronunciare un giuramento di fedeltà al re che avrebbe rappresentato l'abiura delle proprie convinzioni. La questione avrà un andamento travagliato; dalla primitiva e totale riluttanza, pian piano, le consociazioni operaie regionali inviteranno chi ne aveva la facoltà a votare i candidati dell'estrema sinistra; ma molto più difficile riuscirà l'accettazione di trasferire in parlamento la lotta politica. L'astensionismo è, in questo momento, per i repubblicani, un attestato di coerenza morale, in qualche modo infinitamente più complesso da mutare di una semplice, per quanto rigida, direttiva pratica. È un dettame che viene loro dall'intimo; non è un mandato di partito né una disposizione tattica. Anche uomini come Alberto Mario ed Aurelio Saffi, più transigenti di altri su questo argomento, denun­ciavano una radicata necessità morale di non patteggiare con la monarchia in alcun modo. In una dimensione dantesca, l'isolamento repubblicano, l'aver fatta parte per se stesso per tanti anni, è prova di onestà incorruttibile e di vasti patrimoni ideali. Ma è anche solitaria ed introversa posizione di vedetta, che si dovrà, inevitabilmente, abbandonare.
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La sinistra è una speranza necessaria allo svolgimento della storia contemporanea d'Italia, e una necessaria delusione. La monarchia è un fiume che non si passa a guado. La sinistra inarcherà il pome sul quale noi repubblicani passeremo quando che sia all'altra sponda.
Cosi Alberto Mario prevedeva, sin dal giugno 1872, il futuro oscillare di aspettazioni e disincanti che l'andata al potere della Sinistra avrebbe provocato. Ma errava nel considerare l'evento una tappa di approssimazione alla repubblica, quale che fosse il suo corso. Mario, seppure non così sprov­veduto da illudersi più di tanto sul risultato del ricambio parlamentare, peccava, piuttosto, di un male diffuso tra i repubblicani: una fede granitica nell'avvento della libertà lo rassicurava sull'ineluttabile avanzare dell'ipotesi democratica. Anch'egli lasciava trasparire, quasi inconsapevolmente, un fondo di ancorato determinismo repubblicano. Benché fosse convinto che la repub-
*) Scritti politici di Alberto Mario, cit., p. 103.