Rassegna storica del Risorgimento
DEMOCRATICI ITALIA 1872-1878; REPUBBLICANI ITALIA 1872-1878
anno
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1987
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pagina
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181
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La democrazia repubblicana (1872-1878) 18!
Ma non si potrebbe comprenderne appieno la coraggiosa esperienza senza collocarla nel più generico clima di aspettativa destato dal governo Cairoli per tutto il corso del 1878. Al fallire di questo naufragherà anche la Rivista, scemando lentamente di tono, a dimostrazione che la sua esistenza era intimamente legata al momento storico che si stava attraversando ed agli esiti che ne sarebbero derivati. Per quasi un anno, tuttavia, la Milano di Ghisleri e di Mario accentrò su di sé le tacite illusioni di molti democratici. Tra il Dovere e la Rivista Repubblicana, per osare un'ipotesi conclusiva, si riproponeva, quindi, la classica comparazione tra due contrastanti concezioni della libertà, l'una in declino, l'altra di nuovo affermantesi in sintonia col mutevole, e, talvolta, altalenante divenire dei tempi.
Alla mistica della libertà succede l'empirismo della libertà, al sacrificio lirico dell'eroe che muore in un impeto delirante di universalità la serietà prosaica di chi lotta per una riforma, all'epoca dell'ideale l'età della scienza. L'eutanasia ineluttabile delle splendide aspirazioni del Risorgimento, il tramonto del sogno europeo sugli alti fuochi del '48 e del '49, gli orizzonti reclusi delle rivoluzioni fallite e improponibili segnano di quanto si era rimosso il baricentro del secolo. All'individualismo romantico delle superbe imprese, fedeli nell'attuabilità di una rigenerazione collettiva, si contrappone il più settoriale e circoscritto campo d'azione dell'uomo nuovo. La volontà dell'uno ora urta contro la sempre più camaleontica apparenza del reale, contro le istituzioni consolidate, contro i flussi invisibili degli affari ed il nascere delle metropoli; si restringe la sua apertura alare, la fiducia nell'intervento del singolo. Per adesso sono soltanto le premesse di quello che in arte si chiamerà decadentismo, ma già l'estetica morale, il bello ideale si spogliano lentamente dei contenuti; resta la forma, l'edonismo fine a se stesso. In egual modo gli atti gloriosi di un passato recente perdono i loro motivi trascendenti, le ragioni interne; resta l'azione, il movimento comunque, come insopprimibile desiderio del ritorno. Qualcosa di simile accade anche ai principi; una irrimediabile alterazione ne intacca il senso originario, e, dietro agli stessi termini, si annidano tutt'altre suggestioni. È un graduale svuotamento di valori, non di tensioni. L'esempio più espressivo è costituito dal principio di nazionalità. Federico Chabod ha dimostrato come l'aver smarrito quel carattere di assoluto che ne aveva fatto in Mazzini una religione denudò l'idea di nazione del suo pathos morale, tramutandola in uno strumento politico, in una macchina da guerra. 49> Questo itinerario deviato, che conduce da Mazzini a lidi del tutto opposti, ha già una prima epitome nella parabola individuale di Crispi.
La missione dell'Italia nel mondo ha illustrato Chabod aveva perso la sua universalità alla Mazzini; l'Europa dei moderati non diceva nulla all'animo del siciliano, e dunque, come s'è detto, nello svanire dei motivi universali, rivoluzionari o conservatori che fossero, sola dea restava la propria nazione, la propria patria .5)
4*) FEDERICO CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, III ed., Bari, Universale Laterza, 1976, voi. I, p. 527.
42) Ivi, p. 526. Chabod riporta alcune definizioni di Albert Sorel, Proudhon e Gaetano Mosca, i quali consideravano il principio di nazionalità uno dei tanti mezzi di cui si vale la politica, un manto ideale per coprire interessi molto precisi e concreti.
50) (vi, voi. II, p. 61.1. L'analisi sull'ultimo Crispi va da p. 600 a p. 618.