Rassegna storica del Risorgimento

MONETA ERNESTO TEODORO; SOCIALISMO ITALIA 1897-1902
anno <1987>   pagina <250>
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Libri e periodici
non addirittura dell'Elvezia settecentesca assai più intimamente, me lo consenta De Rosa, che non un epigono del Risorgimento, che per lui è un episodio marginale di una continuità molto più Intensa, e soprattutto, come appunto per lutti gli isolati di cui prima s'è fatta parola, un episodio definitivamente concluso.
Che questo tradizionalista potesse rivolgersi agli industriali italiani come un redivivo Giovanni Battista non è allatto sconcertante se si fa attenzione alle date ricordateci da Roverato, 1867, l'aurora dell'empire liberal ed il crepuscolo dell'Austria, 1874, tra la sfida di Sella e la replica della Sinistra meridionale, un momento di trapasso, di vuoto, in cui la società afferma agevolmente le sue ragioni nei confronti dì uno Stato profondamente disorientato.
E questa società, è ancora Roverato a sottolinearlo, risente in questi anni di sugge­stioni finanziarie bonapartiste ben più che non di stimoli proto industriali, è, anche con Rossi, più milanese che piemontese o veneta, getta le basi dell'organizzazione paternalistica in termini urbanistici e perciò neocomunitari (il nuovo quartiere del Negrin) ma reagisce con la pura e semplice repressione di stampo poliziesco ad uno sciopero di gusto anch'esso ancora tutto internazionalistico, respira insomma gli anni del suo tempo senza assurde anticipazioni di modernità ma con una rispondenza pronta e congeniale a ciò che la Destra di Sella aveva inteso edificare e che ora si andava enucleando autonomamente, malgrado le bestialità di Mingbetti e dei consorti, non ultima, magari, la revisione delle con­venzioni ferroviarie
Perciò Rossi vede con grande e significativo favore l'andata di Depretis al potere, ma non sembra che si sia neppure accorto, da un lato, del primo ministero Cairoli, dall'altro di Nicotera, un privilegiamento ed una indifferenza altrettanto sintomatici perché denunziano una scelta rigorosa e precisa, che sanciva la continuità rispetto a Sella in chiave industrialistica ma settoriale, finanziaria, protetta, un coinvolgimento dello Statò che apre la strada al protezionismo ma prescinde dal macinato e dà per scontata la riforma elettorale.
Da ciò una pace sociale tutt'altro che garantita fin ben addentro gli anni ottanta, come documenta Roberto Canaglia a livello salariale ed occupazionale (l'instabilità delle maestranze) senza peraltro riuscire a rendere la dimosttazione altrettanto convincente in dimensioni globali di controllo del territorio, che la Bertanini estende allo studio della manodopera femminile, ma anche qui con risultati troppo frammentari e tendenziosi per poter incrinare la coerenza e l'efficacia del paternalismo organico .
Esse si saggiano del resto sul piano della rappresentanza politica in un chiaroscuro soprattutto col Lampertico e col Brunialti che avrebbe meritato in termini culturali e di grande politica qualche approfondimento al di là dell'onesta esposizione del Cisotto, si slargano all'emigrazione e all'espansionismo navale e coloniale con connotati crispini qui senza dubbio più corposi ed inconfondibili che altrove, donde l'altrettanto onesta e prevedibile requisitoria del Franzina, debordano in un'attività giornalistica frenetica che però si concretizza modestamente, come presenza sistematica, nella collaborazione alla Rassegna Nazionale ed al Sole, non sufficiente senza dubbio a conferire al Rossi quell'aureola di leader d'opinione che l'isnenghi vorrebbe affibbiargli (e nulla lo conferma come l'eco assolutamente provinciale della sua morte in un 1898 nel quale pure il protezionismo, non soltanto granario, veniva al suo paragone, ed alla vigilia di una scomparsa di Cavallotti ben altrimenti incidente su quell'atmosfera già così elettrizzata).
In realtà, se Alessandro Rossi era un leader, lo era nel senso eroico del termine, un capo senza seguaci, una sorta di Aiace nell'Iliade dell'ultimo quarto del secolo.
La sua funzione, forse con una punta di civetteria, era essenzialmente quella del provocatore, anche al Senato, dove le sue prese di posizione, i suoi ordini del giorno, non scaturiscono mai da una battaglia di partito ma sempre da una testimonianza personale volutamente esasperata, grondante di dati e scintillante di formule, come costantemente, anche nella prosa epistolare del Nostro.
Da ciò il suo indubbio fascino strano di cu) parla con finezza De Rosa, senza che il convegno si sia curato di raccogliere il forse troppo letterario, ma stimolantissimo, suggerimento.
Fogazzaro, si sa, sia pure con qualche bonomia caricaturale di troppo, ha immortalato