Rassegna storica del Risorgimento

FERDINANDO II RE DELLE DUE SICILIE; SICILIA STORIA 1830-1837
anno <1987>   pagina <297>
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Ferdinando II e la Sicilia
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Dalla valutazione complessiva della questione siciliana- fatta dal Pon­tieri dissente anche Armando Saitta. Per lui,
il sovrastare del problema dell'autonomia su tutti i problemi della vita pubblica della Sicilia era non la causa, bensì l'effetto del mancato svecchiamento della struttura sociale dell'isola ed è quest'ultimo fatto che rende profondamente diverso il tono del liberalismo napoletano da quello siciliano. Il problema siciliano, prima ancora di essere un problema politico, era un problema economico-sociale; la realtà era costituita da quella miseria generale sulla quale tanto insistono gli osservatori francesi.*9)
A noi pare che nel riesame della politica ferdinandea in Sicilia se ne sia trascurato l'aspetto principale: i contenuti. Che cosa offrì il sovrano ai ceti dirigenti che venivano cambiando?70) cercò, e se lo fece, in qual modo lo cercò, di legare alla monarchia la nuova borghesia o una parte di essa?
Su questo fondamentale argomento la fitta corrispondenza tra il re ed il fratello è illuminante: illuminante in senso negativo. Alla volontà di venire incontro alle esigenze dei siciliani, manifestate sinceramente all'ascesa al trono, non corrisponde da parte del re alcuna capacità propositiva. Riforme trasformatrici nei primi anni del regno non esistono. Negli intenti del sovrano tutto si riduce a far funzionare bene ciò che fino allora ha funzionato male, come se l'inefficienza governativa non avesse dei motivi che occorre individuare e rimuovere. Neanche i provvedimenti sostanzial­mente demagogici adottati per il Mezzogiorno nel gennaio '31 sono estesi alla Sicilia.
Con queste premesse, la nomina del conte di Siracusa senza che alla Luogotenenza sia dato un potere maggiore di quello precedentemente eser­citato diventa una mossa controproducente, per le illusioni che suscita. Mentre il re non sa indicare per la Sicilia nuovi criteri di governo, sono confermate le direttive del Medici, difese in Consiglio dal Tommasi, dal-l'Avarna di Gualtieri, suo successore, dal Santangelo, ministro dell'Interno, dal D'Andrea, ministro delle Finanze, preoccupati innanzi tutto delle pro­vince continentali. Ferdinando II è costretto a cedere alla fermezza dei suoi collaboratori, i quali contano nella vita dello Stato più di quanto abbia ritenuto la storiografia, che ha ipotizzato per l'attività iniziale del giovane re la capacità di esercizio diretto del potere caratteristica degli anni maturi. Dalla corrispondenza reale esce ridimensionata la figura di un sovrano ar­dente, animoso, preso da una incontenibile smania di imporre in tutti i campi della vita statale i segni della sua personalità ,71) ed esce impoverita la valenza politica di questa personalità.
D'altra parte, potrebbe una burocrazia fedele, onesta e zelante del pubblico bene rendere accette istituzioni poco radicate nella vita isolana? La vera carenza della politica borbonica, ripetiamo, consiste nel non porsi il problema di come guadagnare l'appoggio di una parte importante della classe
w> A. SAITTA, art. clt., p. 227.
7) Cfr. R. ROMEO, op. clt., p. 185 sgg.
71') R. MOSCATI, op. di., p. 15.