Rassegna storica del Risorgimento
CUOCO VINCENZO; SCHMIDT D'AVENSTEIN
anno
<
1987
>
pagina
<
333
>
Cuoco e Schmidi d'Avenstein
333
rapporto forza-consenso cosi come è prospettato in altre annotazioni: in termini molto simili a quelli altrove proposti,") viene evidenziato il peso specifico delle opinioni nella vita politica (ed implicitamente, a monte, di quanto può formarle o modificarle, dall'educazione popolare alla politica sociale), a confronto con quanto venga passivamente indotto nel popolo dalle baionette o dalle misure di forza (ed è, questo, un nodo particolarissimo dell'ideologia di Cuoco, su cui mi riprometto di intervenire prossimamente):
Alcuni satelliti de* despoti, e lodatori del potere arbitrario, credono di commettere tutto sicuramente alla forza; quasicché la forza non fosse anch'essa un prodotto dell'opinione. Quell'esercito innumerabile che dipende da un accento o da un cenno di pochi, o di un solo, è un fenomeno che la sola opinione genera, conferma e moltiplica. Fate che questa opinione cessi per un istante, e tutto diventa dissoluzione, anarchia, debolezza. La forza de' cannoni, dell'armi, degli imperi suppone mai sempre quella dell'opinione. Una tal verità ben esposta, e spesso ripetuta a quei che governano, gl'indurrebbe assai più utilmente a giovarsi dell'istruzione, dell'esempio e de' lumi; e piuttosto che moltiplicare editti e minacce, gli farebbe moltiplicare delle scuole e de' libri che distruggano dolcemente quelle opinioni che sono in conflitto co' pubblici interessi, e favoriscano quelle altre che li secondino e li promovano. 12>
E proprio restando su questo versante del problema, si vedano altre note, in cui Cuoco affronta da un Iato i problemi dell'educazione, sottolineandone l'estrema complessità, come nell'importantissimo saggio Educazione popolare scritto per il Giornale Italiano,13) dall'altro riprende alcune
l'impressione leggera, e lo spettacolo indifferente. Quindi il popolo diventa insensibile, inumano ed atroce. Ciascuno può osservar quanto io dico, se à la disgrazia di trovarsi in uno stato, in cui sieno frequenti i delitti e le pene. [...] Ogni qualvolta adunque continuino e si moltiplichino i motivi, che inducono od obbligano i cittadini a' delitti, le pene troppo gravi e frequenti rìescon inutili, o son nuovi motivi, che confermano lo stesso effetto, che si vuol impedire {Principi, IV, pp. 115-116). Questo titolo [le misure di polizia] in certi tempi à servito a santificare gli abusi della legislazione e della giustizia. Nata col pretesto di prevenirli essa à terminato per l'ordinario coli'invaderne la giurisdizione, e fame tacere i diritti. Ma qualunque titolo diventa sempre un'infamia, ove si attenti per esse alle leggi eterne della natura (ivi, p. 27).
H) Cfr. l'articolo La rivoluzione francese e l'Europa dal Giornale Italiano (in diverse puntate, dal 2 al 16 gennaio 1805), ed in particolare questo passo: Uno de' due: o convien che la classe predominante distrugga la serviente o convien che divida con lei tutti i vantaggi della vita civile. Nel primo caso, eviterà le sedizioni interne, perché agli estremamente miseri, che soffrono pazientemente, la miseria toglie loro, come diceva Omero, la metà dell'anima; ma, invece delle sedizioni interne, avrà debolezza esterna grandissima, e sarà lo Stato esposto al furore del primo che vorrà occuparlo. [...] Nel secondo caso, non solamente si accrescerà la forza esterna, ma si renderà più durevole la tranquillità interna, perché la parte più numerosa del popolo non avrà alcun motivo di doglianza; ed essendo la nazione piena di amor di patria e di orgoglio nazionale, mancheranno anche quei fomenti di sedizioni, i quali vengono dalla stolta ammirazione degli stranieri (Scritti vari, cjt voi. I, p. 139).
12) Prìncipi, IV, p. 40.
13} Scritti vari, voi. I, pp. 93-102 (Giornale Italiano, 21-23.6.1805).