Rassegna storica del Risorgimento
BARATIERI ORESTE CARTE
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1987
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Libri e periodici
con lo spirito del capitalismo (Agostino Giovagnoli), una sintesi sui cui risultati interpretativi chi scrive è perfettamente d'accordo, anche se li desidererebbe dall'A. medesimo meglio e con più rigore differenziati da quelli solo apparentemente analoghi ai quali, dopo lunga navigazione, è pervenuto Pietro Scoppola.
Ed eccoci al primo volume, monograficamente concentrato sul modernismo, ed introdotto da Eraile Poulat con quella che si direbbe l'invenzione, ed è invece la semplice e documentata realtà, del prete modernista tipico, la figure originale et cachée, come I'A. la definisce fin troppo eufemisticamente, di Jean Marie Grosjean, Kantiano, socialista e mistico ad un tempo, l'intellettualismo distruttivo da una parte, la costruttività spiritualistica dall'altra, in quella che è la peculiarità, certo, del modernismo, ben sottolineata dall'A., ma anche troppo spesso la sua paralizzante e ben giustificata contraddizione.
Dopo una testimonianza della Von Auw sui non rapporti fra Loisy e Buonaiuti, il cui romanismo intrattabile è qui ribadito, ed andrebbe rammentato ai Tilgher ed ai Furiozzi, il De Marzi affronta un po' troppo scolasticamente, sulla base di qualche recensione e di alcune vicende biografiche, l'accidentatìssimo rapporto Buonaiuti-Omodeo, mentre il Cerrato in modo assai più brillante s'inserisce nella recente fortunata stagione di studi sull'editoria minore del Novecento, inserendo nelle geniali iniziative del Formigginì quel contributo di Buonaiuti che indubbiamente ne fu tra i più caratterizzanti, così come lo fu, ali'incirca negli stessi anni, per la terza pagina del Mondo, che andrebbe una buona volta letta sistematicamente in questa chiave, fino all'incontro con Tilgher, in irriducibile comune prospettiva antì idealista, e più propriamente contro Gentile (qui, di parallelo, tra Buonaiuti ed il filosofo siciliano, ci sarebbe ben poco!).
Segue Camillo Brezzi con una ricerca, solida ed acuta come sempre, Intorno alla mediazione esercitata da Toniolo per circoscrivere nella sottomissione e nell'ortodossia la crisi della democrazia cristiana ai primi del 1902 (belle le lettere di Bertini e soprattutto di Soderini, determinante l'intervento di Radini e dello stesso cardinal Rampolla, interessante P apertura ai giovani da parte di Medolago e Rezzara, che rimanevano, con la conveniente deferenza a Roma, gli arbitri della situazione) e gli fa eco Maurilio Guasco con risultati non meno pregevoli a proposito di Lucien Lacroix vescovo di Tarentaise fino all'ottobre 1907 ed autentica eminenza grigia dei modernisti al pari del collega Mignot di Albi, una biografia ricca, secondo il cliché, di colpi di scena e di risvolti polizieschi, ma anche di toccanti e delicati riflessi umani, non tanto magari l'amicizia con Semeria, troppo subordinato al fascino ed al prestigio del disincantato prelato francese, quanto quella con Fogazzaro, le cui tormentose vicende spirituali vengono qui illuminate da una luce più livida ed angosciata del solito.
Abbiamo accennato alle perplessità che suscita il pur informatissimo saggio del Botti su Unamuno, al pari di quello del Cavaglion, a cui nuoce l'insistito parallelo con Della Vida (ed alla fine addirittura con Temolol) per un Felice Momigliano che fu indubbiamente personalità assai rappresentativa della sua epoca e benemerito per un fallito tentativo di svecchiamento del ritualismo ebraico, ma per il quale Mazzini, Renan e Tolstoi, con -l'aureola socialisteggiante ed anticattolica che a siffatta triade si conviene, sembrano ispiratori più che sufficienti di un umanitarismo più o meno razionalistico a tinte religiose, senza perciò dover scomodare il modernismo propriamente detto.
Antimodernista dichiarato e battagliero è invece senza dubbio il periodico letterario bolognese San Giorgio tra il dicembre 1912 ed il luglio 1913, studiato da Mengozzi con sullo sfondo il ruralismo ruvido e scontroso di Tozzi ed il greve clericalismo reazionario di Giuliottl, la Siena e la Maremma del viva Maria, si sarebbe tentati di dire, a cui Paolieri apportava l'oleografia tardocarducciana di un dimidiato Fucini, Ma se a questa incrostazione chiaramente tradizionalista, in cui lo stesso decentralismo guelfo assume un sapore medieva-leggiante e tutt'altro che progressista, si aggiungono i collaboratori politici del periodico, il Missiroli di Monarchia socialista, soprattutto quell'Eugenio Giovannetti il cui laterziano Tramonto del liberalismo, ai primi del 1917, avrebbe meritato le lodi di Croce e di Sorel per la sua gentiliana e germanizzante esaltazione della libertà come organizzazione contro l'atomistica decomposizione democratica, allora quella antimodernista, al pari del discorso di Papini al teatro Costanzi, appare non più che una componente secondaria ed occasionale