Rassegna storica del Risorgimento
BARATIERI ORESTE CARTE
anno
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1987
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350
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Libri e periodici
irato. Ma la società politica italiana sembra avere come tratto caratteristico l'incapacità di risolvere simili contraddizioni se non a livello verbale, per via di forzature retoriche, A. monte di tutto questo, sta la questione irrisolta della mancanza di un partito della borghesia e del parallelo sorgere e rafforzarsi di altri gruppi (repubblicani, anarchici, operaisti, clericali) i quali hanno in comune l'estraneità e l'avversione dichiarata al sistema politico esistente. Ma poiché questo sistema, bene o male, incarna in Italia U passaggio dall'antico al nuovo regime, i settori della borghesia che si sono resi protagonisti della rivoluzione nazionale non creano un'organizzazione politica distinta. Semplicemente, fanno dello Stato il proprio partito. I centri di elaborazione ideologica continuano ad essere o le singole personalità o gli organi di stampa. La definizione della tattica parlamentare si basa sulle amicizie personali.
Per i liberali, è vero, il problema dell'organizzazione si ripropose ad ogni allargamento del suffragio. Ma la risposta venne trovata nella creazione di una rete dì associazioni (moderate o progressiste), che non assunsero mai i caratteri del partito. Esse assomigliavano piuttosto ad associazioni scientifiche o ricreative, con scarsa capacità normativa verso aderenti cui imponevano doveri molto lievi. E ciò coerentemente con la visione liberale, alla quale pareva ingiusto limitare la volontà dell'individuo in un'istituzione-partito. La causa principale cui tutti fecero risalire l'anomalia del sistema italiano fu il carattere municipale della nostra politica. A ciò si aggiungevano i difetti di un'amministrazione eccessivamente centralizzata, che obbligava a fare tutte le contrattazioni a Roma e dunque incitava allo scambio di favori tra governo e parlamentari. Contemporaneamente, repubblicanesimo, socialismo e cattolicesimo sembravano uniti dal comun denominatore della opposizione totale al nuovo Stato, visto come struttura ingiusta, indifferente al benessere dei suoi cittadini, incapace di vero ordine . Per la classe politica liberale si poneva, allora, il problema di spezzare questa morsa, garantendosi una via d'uscita dalle difficoltà senza mettere in gioco i frutti della rivoluzione. Minghetti, fin dal 1881, cominciò apertamente a lavorare per creare un nuovo partito , che avrebbe dovuto sorgere dalla fusione delle vecchie formazioni della Destra e della Sinistra storiche. Era l'applicazione di quanto predicavano le teorie politiche liberali. Il giurista svizzero-tedesco Bluntschli aveva pur scritto che, quando nel sistema politico i conservatori non riuscivano ad esercitare una egemonia sui reazionari ed i liberali sui radicali, era meglio che si andasse ad un'alleanza dei partiti centrali per evitare il prevalere degli estremismi. La trasformazione dei partiti, in grado di dar vita a governi con ampie maggioranze e sottratti alle fluttuazioni parlamentari, nasceva appunto in questo quadro. Era un'aspirazione razionalizzatrice. Essa fallì dando luogo invece al ben noto e assai diverso fenomeno del trasformismo, che tuttavia è incomprensibile senza far riferimento alla visione complessiva cui si è prima accennato. Dal confronto con la realtà dell'allargamento del suffragio non scaturì, in conclusione, nessun partito della borghesia, ma solo un rafforzamento della gestione del potere. Del resto, già con il decreto del 25 agosto 1876 voluto da Depretis, la presidenza del Consiglio, acquisendo una sua configurazione autonoma, diventava il perno del sistema politico italiano ed il presidente del Consiglio, attraverso numerosi ed efficaci strumenti di pressione, si trasformava automaticamente in capo di quel partito governativo nel quale continuavano ad identificarsi i liberali. Crispi fu il più consapevole di questa situazione. Egli personificò il mito di una classe polilica che era lo Stato e che respingeva (o si difendeva da) tutte le altre forze fuori del sistema costituzionale. Crispi cercò di attuare ima stabilizzazione in senso autoritario. Tuttavia rileva Pombeni nessuno dei personaggi che contesero a Crispi la direzione politica del paese tra il 1887 ed il 1896 propose qualcosa di diverso da una sua interpretazione dell'ipotesi minghettiano-depretisiana. Le tre soluzioni Crispi-Di Rudini-Giolitti erano uguali in due componenti (la preminenza del presidente del Consiglio e la fedeltà alla monarchia), mentre differivano nell'indìviduare gli elementi da porre a base del compattamente politico. Giolitti puntò sul buon governo verso le classi popolari e sulla soluzione della questione sociale come simbolo della proposta politica dei liberali. Crispi, al contrario, scelse la politica dello scontro frontale nella società e una proiezione hi politica interna delle tensioni internazionali. DI Rudinì cercò di dar vita ad un fantomatico modello inglese, cioè ad un sistema parlamentare limitato, fondato