Rassegna storica del Risorgimento
BARATIERI ORESTE CARTE
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1987
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pagina
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Libri e perioditi
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Coursay qu'ils disent 6tre plus Corse que les Corses mémes (p. 129), fu fatto arrestare nel 1752 da Chauvelin, allora inviato francese a Genova, il quale riuscì a convincere 11 ministro degli Affari esteri (conte d'Argenson) della nocività della politica di Cursay, sospettato anche di ambizioni personali.2)
Mentre j tentativi di riconciliazione operati a più riprese dai Francesi non produssero frutto alcuno, andarono in porto gli sforzi di Paoli di giungere ad una unificazione della <c Nazione corsa , come è dimostrato dalla pubblicazione, nel 1763, del Mémoire du Suprème Conseìl d'Etat, redatta a nome di tutte le autorità civili, religiose e politiche dell'isola (p. 237).
Ma il 15 maggio 1768 veniva siglato a Versailles il Trattato di cessione della Corsica alla Francia, paradossalmente intitolato Conservazione dell'isola di Corsica alla Repubblica di Genova , poiché grazie ad alcune clausole più fittizie che reali la cessione era reversibile. Le disastrose condizioni economiche della Serenissima, però, non lasciavano spazio ad illusioni: essa non avrebbe mai potuto rifondere alla Francia le spese di gestione indicate nel Trattato, come ebbe modo di constatare immediatamente Cristoforo Spinola, ambasciatore della Repubblica a Versailles.
Il lavoro di Boudard offre dunque una visione della rivoluzione corsa da un'angolazione del tutto particolare ed in un certo senso privilegiata, quella degli agenti francesi a Genova e sull'isola, i quali tutti seppero tessere una fitta rete di informazioni, la cui utilità si rivelerà in pieno dopo il 1789, quando un partito francese nell'isola riuscirà ad opporsi con successo alle tendenze anglofile di una parte consistente dei patrioti corsi, deludendo cosi le speranze di costituzione di una Nazione corsa e legando definitivamente l'isola alla Francia.
VINCENZO FANNINI
LUCIANO AGUZZI, Riforma religiosa, hegelismo, comunismo e il problema del Risorgimento in Italia nel pensiero e nell'opera di Giambattista Passerini 1793-1864; Brescia, Ateneo di Scienze Lettere e Arti, 1985, in 8, pp. 477. S.p.
Per la verità, dei quattro capisaldi interpretativi sui quali il giovane A. ha creduto di dover assestare il suo titolo per un'opera veramente benemerita, della quale si avvertiva da tempo, ed era stata più volte autorevolmente affermata, la necessità e l'urgenza, sono quelli centrali che rimangono fondamentali per l'intendimento del ruolo e della funzione di Passerini nell'Ottocento culturale italiano (non a caso in questa prospettiva ed in quest'ambito era stato ripetuto l'accennato auspicio) mentre in campo politico il discorso si arresta, operativamente parlando, alla spedizione di Savoia, ed in quello religioso non si assiste probabilmente neppure ad un inizio riformistico.
In realtà, nonostante la ricostruzione accuratissima che l'A. compie dell'ambiente bresciano della Restaurazione, già indagato a suo tempo da Roberto Mazzetti con scritti destinati a durare, e che suscitava l'allarme e la diffidenza antigiansenista da parte dello zelantismo romano, i motivi profondi del brusco e radicale allontanamento di Passerini dalla Chiesa e dallo stato ecclesiastico non riescono ad emergere, e non sono certo il rifiuto del celibato, la collaborazione anticlericale con Bianchi Giovini, l'adesione antigesuitica a Gioberti, ad illuminarli a sufficienza.
Passerini non pensa minimamente a riformare la Chiesa, è lontano le mille miglia da Rosmini, a Zurigo si fa protestante soltanto quando si approssima un matrimonio improcrastinabile e la relativa esigenza di normalizzazione, la sua estraneità alle religioni positive è netta e decisa, come ci sia pervenuto, a parte le traversie esistenziali e psicologiche, è tutt'altro che chiaro.
Nessuna attinenza con questo discorso, s'intende, ha il suo costante rifiuto del
2) PIERRE ANTONETTI, fJistoire de la Corse, Paris, Éditions Robert Laffont, 1973, pp. 341-342. *-