Rassegna storica del Risorgimento

BARATIERI ORESTE CARTE
anno <1987>   pagina <358>
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Libri e periodici
neoguelfismo, nel quale deve scorgersi soltanto un realistico giudizio politico, quello che gli suggeriva in genere di astenersi dalle soluzioni esaltate , donde il pronto e significativo incontro con Cousin, la deferenza a Sismondì, l'amicizia cordiale con Mazzini, ma senza compromissioni troppo spinte e con una progressiva e definitiva presa di distanza.
Il milieu di Passerini, polìticamente parlando, rimane quello del 1821, che si potrebbe chiamare degli epigoni di Foscolo, assai più e meglio, nella Brescia di Salvini e di Ugoni, che non del Conciliatore, e dunque qualche cosa di assai degno e civilmente rispettabile, ma che in sostanza ha solo un rapporto aurorale col liberalismo del Risorgimento, col cui nucleo pre e post quarantottesco Passerini non ha nulla da spartire.
Hegel ed il comunismo, dunque, questi restano, e realmente sono, i cardini del problema Passerini in quanto questione storiografica, ed è merito dell'A. averli sviscerati a fondo, anche se forse con qualche eccesso di quella indignatio rivalutativa che è quasi sempre cattiva consigliera.
Il caposaldo filosofico del Nostro è il panteismo, cioè la divinità, come egli stesso si fece incidere significativamente sulla tomba, accanto al progresso del genere umano come prospettiva di trapasso alla storia ed al pensiero politico.
Ne consegue che la scuola italica da Parmenide a Bruno è quella nella quale egli espressamente e costantemente dichiara di inserirsi, con un aggancio a Turgot e special­mente a Condorcet per un progresso che, in quanto mirante in modo essenziale al perfezio­namento ed alla liberazione dell'uomo, non può essere indefinito.
Quanto più propriamente al comunismo, Passerini aspira in realtà ad una società perfetta, il cui archetipo non può essere che Platone, e da lui, attraverso Moro e Campanèlla (la traduzione della Civitas solis, su cui l'A. ha eccellenti pagine) al falansterio di Fourier ed al protezionismo autarchico di Fichte, che non a caso egli intende, nel tradurlo in italiano, come ottimo ordinamento di uno Stato , ancora una volta l'ideale della perfe­zione, l'ideale assoluto, quale è altresì il comunismo, e non può non essere attese le premesse.
Ora, l'A. fa benissimo a rivendicare l'attualità di questi nomi e di queste idee nell'ambito hegeliano e premarxiano, ed ancor meglio a contestare la fondatezza di una discussione in merito sul preconcetto di una maggiore o minore rispondenza ed anticipazione a quelle che sarebbero state le conclusioni di Marx, a cominciare dall'accettazione o meno del principio della lotta di classe.
Senonché, se quest'ultimo è un corollario più o meno indispensabile, non lo è certamente il postulato da cui Marx lo fa discendere, e cioè la rivoluzione industriale, della quale sembra che Passerini abbia un'idea abbastanza vaga, il ruolo storico della borghesia riportandosi per lui ad una sorta di ciclo delle classi dirigenti senza particolari connotazioni capitalistiche e postfeudali, l'utilizzazione di Malthus limitandosi ad un rapporto tra risorse e popolazione che prescinde dalla trasformazione di quest'ultima in proletariato di fabbrica, la polemica contro Saint Simon poggiando su un pregiudizio anti industrialistico che non sembra davvero aver avvertito ciò che c'è prima e dopo-il blocco continentale.
E lo stesso può dirsi per lo Hegel delle Lezioni sulla filosofia della storia, anche qui senza dubbio una benemerenza eccezionale ed un risultato tutto sommato assai felice, ma un'utilizzazione parziale e tendenziosa, non in chiave rivoluzionaria, come ritiene l'A. fnel 1840 Passerini non è più che un fiancheggiatore) ma certamente politica in senso moderato e riformista, con quel privilegiamento del concetto di progresso che giova al Nostro per scavalcare l'idealismo e collegare Hegel ai propri maestri settecenteschi, sia pure mantenendone intatta quella radice metafisica che vi riconosce l'A. e che subordina il progresso medesimo al quadro panteistico più congeniale da sempre al Passerini.
Sinistra hegeliana, dunque, sì, senza dubbio, come da Sai Un a Bravo e Garin si era concordemente riconosciuto, dopo le sprezzanti liquidazioni di Gentile, e perciò inserimento In un filone importante del pensiero socialista europeo.
Ma sembra difficile ammettere, come fa l'A., un collegamento più o meno evoluzio­nistico e conciliativo col liberalismo e con la democrazia, proprio perché è arduo vedere un Platone liberale o un Giolitti che prenda lezione da fisiocrati e girondini.