Rassegna storica del Risorgimento

BARATIERI ORESTE CARTE
anno <1987>   pagina <367>
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Libri e periodici
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attento studio, ricostruisce la genesi di questa evoluzione, coliegandola direttamente ai frequenti contatti che Curci ebbe con gli ambienti liberali toscani e specialmente all'influenza esercitata su di lui da un altro insigne gesuita, padre Taparetli d'Azeglio.
Lo sviluppo del pensiero curciano fu, ad ogni modo, lento e doloroso e pagato a caro prezzo dal punto di vista personale. Sospeso a divinis, espulso dalla Compagnia di Gesù, sottoposto ad una campagna di diffamazione da parte degli antichi amici (il suo caso fu ridotto alle modeste proporzioni dell'atto di indisciplina di un professo, che per superbia rifiuta di obbedire), Curci concluse la propria esistenza in assoluta solitudine, pur se in virtuosa pace .
Mucci sostiene che ripercorrere la storia di padre Curci ed individuarne le più interne motivazioni ha ancor oggi un senso, in quanto il suo pensiero prelude, per certi aspetti, alle posizioni assunte dalla Chiesa con il Concilio Vaticano 11. Due, in particolare, ci sembrano le tematiche di più notevole interesse. In primo luogo per Curci la società ottocentesca, permeata dal liberalismo, ha messo in discussione, al di là del potere temporale, l'essenza stessa del cristianesimo. Ed ha potuto farlo, perché si è trovata di fronte una Chiesa arroccata nella difesa di un mondo non più esistente, carica oltretutto di forme storiche ad essa non indispensabili, ma alle quali si è mostrata attaccatissima. La Chiesa non deve, dunque, disinteressarsi delle conquiste dello spirito laico, o disprezzarle, se non vuole subire un'emarginazione definitiva dalle forze vive della società. Nelle sue opere di accesa polemica (// moderno dissidio tra la Chiesa e l'Italia del 1878, La nuova Italia e i vecchi zelanti del 1881 e, soprattutto, Il Vaticano Regio tarlo superstite della Cìùesa cattolica del 1883, che ebbe l'anno successivo un'edizione dal titolo ancor più esplicito, Lo scandalo del Vaticano Regio), Curci leva la sua voce affinché la gerarchia ecclesiastica, abbandonate le anacronistiche rivendicazioni sul temporale, ritorni al suo primario compito apostolico. Nasce cosi la battaglia contro il Vaticano Regio, espressione tipica con la quale Curci designa la Corte Regale e la Regale Curia costituitesi intorno al Papa, che con le loro mene ingannano il Pontefice ( Di qui ebbero origine quelle nuove abitudini di centra­lismo amministrativo, di assolutismo monarchico, di sontuoso splendore regale e perfino di sfoggi liturgici all'orientale, con esterne forme di ossequio poco diverse dall'adorazione, p. 137). La critica si incentra, dunque, su una mentalità, su certi giochi di palazzo, e non si scaglia mai contro la figura del Papa. Mucci osserva, infatti, che l'ortodossia cattolica di Curci è- fuori discussione e che mai nelle sue opere del periodo riformista, composte nell'arco di un ventennio (1870-1891), capita di leggere una sola parola in contrasto con il deposito rivelato.
Ma ancora più ardita, nella situazione creatasi dopo il Syllabus ed il Vaticano 1, ci appare l'idea curciana della Chiesa come piccolo-gregge . Essere piccolo-gregge non significa formare una setta chiusa, bensì annunciare la parola di Dio secondo un adegua­mento alle categorie di vita contemporanee. Una Chiesa così rinnovata non avrà più il compito di dirigere la civiltà, ma testimonierà semplicemente la sua fede senza pretensioni teocratiche, senza clericalismo, senza imporre quelle supplenze che erano state necessarie in condizioni storiche di minore evoluzione dei poteri pubblici e della coscienza civile. La Chiesa si trasforma, perciò, nella visione di Curci, in una Chiesa-movimento che, recuperata l'originaria povertà evangelica e postasi il problema della cultura moderna, pluralista, positivista, di orientamento prevalentemente anti o acristiano, agisce in essa imprimendovi la sua impronta, vigila sulle nuove soluzioni e non crede, come il Vaticano Regio, d'averle tutte già pronte. Ciò presuppone l'accettazione del metodo della democrazia: rispetto delle convinzioni altrui, abbandono dell'intolleranza. Non ci sono, però, in Curci, complessi d'inferiorità dinanzi ai laicisti. Egli è tutt'altro che un adoratore del mondo moderno, ne scorge limiti e pericoli. Nella sua impostazione, piuttosto, l'umanesimo cristiano si integra perfettamente con la modernità: ne accoglie i lati positivi, le offre il suo contributo, ne combatte gli aspetti discutibili, collabora, una voce tra le tante, alla lotta per il riscatto morale e materiale dell'uomo. Conclude Mucci che il gesuita napoletano riuscì, sul piano dei princìpi, a comporre l'integrismo della fede e dei suoi contenuti con la mediazione come stile etico, politico ed autocritico (p. 68). Lo stesso Mucci, tuttavia, sembra orientato, nel complesso, a ridimensionare il valore dell'esperienza di cattolici liberali come il Bono-