Rassegna storica del Risorgimento
BARATIERI ORESTE CARTE
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1987
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Libri e periodici
contradittorietà, portarono la città ad assumere i caratteri tipici di una metropoli industriale dell'età del capitalismo. Le contraddizioni non tardarono a manifestarsi durante il periodo di riconversione dell'industria di guerra in industria di pace e la conseguente crisi. In un primo momento il processo di riconversione ebbe inizio senza grandi turbamenti anche grazie alle commesse concesse da Nitti agli armatori napoletani, poi esso proseguì con difficoltà via via crescenti e vennero nuovamente poste in evidenza le carenze originarie dell'industria di base italiana e napoletana, sostenuta dalla spesa pubblica e con uno sviluppo messo continuamente in discussione dalla mancanza di materie prime. Sembra quasi superfluo precisare che fu la classe operaia a pagare il prezzo più elevato per questa crisi. Il ridimensionamento non provocò in ogni caso una destrutturazione completa della Napoli industriale (il colpo più grave in questo senso verrà inferto nel secondo dopoguerra) anche se, con l'avvento del governo fascista, la struttura industriale della ritta fu caratterizzata dalla preponderanza dei settori elettrico e tessile e non più da quella del settore siderurgico* meccanico. Venne di molto a ridursi, infatti, lo spazio per l'industria pesante anche perché questa era sempre meno sostenuta dalle commesse statali e perché lo stesso disegno della grande Napoli fascista appariva incompatibile con la permanenza e lo sviluppo del settore pesante .
Se questo è l'insieme dei problemi oggetto della ricerca ci sembra interessante annotare il modo in cui l'Autore ha proceduto nel suo lavoro, considerandone in particolare alcuni aspetti.
Innanzitutto De Ianni ha considerato con la medesima cura sia l'evoluzione della sfera politica sia di quella sociale, ed ha ripercorso le vicende della classe operaia e dei suoi organismi da un lato (FIOM-Cdl-CGDI) e del padronato dall'altro (URI-URIF-CdC). Egli ha altresì analizzato le forze politiche dividendo, inizialmente, quelle di estrazione borghese (liberali, popolari, fascisti) da quelle di estrazione proletaria (anarchici, socialisti, comunisti).
L'Autore ha posto in evidenza lo stretto legame tra movimento operaio e forze politiche di sinistra, in particolare i comunisti, sin dall'epoca della scissione di Livorno e del conseguente periodo di adattamento e di definizione della struttura del Partito.
Di particolare interesse ci sono sembrate le considerazioni fatte dall'Autore sulle lotte operaie non tanto del 1919-1920, bensì del 1921-1922 proprio perché queste coincisero con l'apice della crisi di riconversione. Del resto ci sembra che la chiave di lettura che Nicola De Ianni ci offre delle vicende del primo periodo ci porti a ben comprendere il suo giudizio sul secondo periodo. Egli infatti così si esprime: Spesso... si è letto che con la negativa conclusione degli avvenimenti del 1920, ebbe termine la spinta operaia di quello che forse impropriamente è stato definito il biennio rosso. Secondo altri ancora, quelle del 1920 furono azioni disperate. Noi pensiamo, al contrario, che lo sbocco sia pure negativo di certe lotte, non debba far perdere di vista il modo in cui furono sentite e vìssute . Proprio questo modo di sentire spiegherebbe, a detta dell'Autore, il fatto che a soli quattro mesi dalle vicende dell'autunno 1920, i metallurgici napoletani si prepararono con una notevole compattezza ad un elevato livello di combattività a nuovi scontri. Ci sembra, a questo punto, opportuno rilevare che se è vero che in questo periodo, come in quello successivo, appaiono chiare le difficoltà del proletariato napoletano a definire una propria, precisa identità di classe (fatto questo legato alla particolare evoluzione della struttura economica di Napoli), è altrettanto vero che non pochi e di varia natura furono i limiti degli organismi della classe operaia nella gestione di queste lotte, limiti rilevati dallo stesso Autore. Si ha la forte impressione dice Nicola De Ianni che quella della trattativa fosse ormai diventata, per il sindacato, una strada obbligata ed abitudinaria che faceva perdere il significato ad ogni arma di lotta, compreso lo sciopero. Si è inoltre portati a credere che gli industriali avessero ben capito e del resto non era difficile, i limiti dell'azione dei dirigenti riformisti e che quindi il loro atteggamento fosse ad arte estremizzato perché, data la situazione, esso riusciva a paralizzare la spinta operaia .
Per quanto vi sia una minor disponibilità di fonti a proposito, l'Autore ha anche cercato di ricostruire le vicende dell'ambiente imprenditoriale napoletano e le diverse opinioni