Rassegna storica del Risorgimento

DECENTRAMENTO; REGGIO CALABRIA AMMINISTRAZIONE 1861-1865
anno <1988>   pagina <38>
immagine non disponibile

38 Lucrezia Zuppici
Ai più attenti osservatori locali non sfuggiva che in una società disgre­gata, come quella reggina, l'accentramento amministrativo metteva in moto una logica burocratica non molto diversa da quella del caduto regime, attra­verso cioè una connessione politico-amministrativa che investiva il ruolo delle istituzioni e le consuetudini della società civile (dal clientelismo ai rapporti di parentela), perpetuandone i mali. Da qui il bisogno di maggior potere all'Istituto provinciale che doveva, con la tutela, controllare gli Enti minori e più deboli: i Comuni.
Appariva inoltre chiaro come il grado di successo dell'organo provin­ciale dipendesse da un insieme di fattori determinanti una variegata feno­menologia di rapporti istituzionali tra gli Enti gerarchici territoriali.
Esisteva un nesso tra istituzionalizzazione provinciale e livello di sviluppo socio-economico dell'area dipendente.
Ma se stretto si considerava il legame tra il successo istituzionale e la cultura politico-sociale della popolazione, era evidente che lo stesso suc­cesso istituzionale fosse connesso alla qualità della classe politica muni­cipale che, nel suo interesse, doveva essere coinvolta nell'operazione politica di costruzione di un efficiente apparato provinciale; un organo d'informa­zione appariva quanto mai efficace in una situazione così difficile.
In realtà il rapporto tra la Provincia e i suoi Comuni costituiva uno dei modi più complessi ed ambigui dell'assetto istituzionale del nuovo Stato. La legge vigente considerava gli organismi comunali per alcuni versi autonomi (funzione del Sindaco, caratteri della Giunta), per altri versi, in quanto elementi territoriali costitutivi della provincia stessa, complementari e subalterni all'Ente intermedio, cui demandava precisi controlli ammini­strativi, dalla revisione delle liste elettorali a quella dei bilanci.
Era chiaro come la lotta politica per ottenere un concreto potere alter­nativo a quello statale dovesse partire dal consolidamento del potere reale della Provincia in direzione dei Comuni, assimilando con un'azione di con­senso la classe politica municipale.
Non sfuggiva infatti che non solo attraverso la presidenza della Depu­tazione provinciale, ma mediante la scala gerarchica della burocrazia il potere centrale controllasse le figure più rappresentative dei Municipi, dipen­denti a vario titolo dal potere statale, dal sindaco al maestro di scuola. Esso raggiungeva così ogni comunità istituzionalizzata, ne indicava le diret­tive politiche e ne frenava ogni forma sociale alternativa.
Non a caso in quegli anni Carlo Cattaneo scorgeva nel Comune una appendice ed un infimo strascico della prefettura.3*)
Consapevole di questa anomalia, vera causa di debolezza politica degli Enti territoriali, tacendo sul ruolo precipuo dell'Istituto comunale. La Fata Morgana ne sottolineava il carattere strutturale, mentre la discussa riparti­zione amministrativa del reggino, costitutiva della stessa vitalità dei Comuni, che ancora nel 1862 ricalcava quella borbonica, non veniva trattata in termini socio-economici, il che avrebbe riacceso annose questioni, ma solo in rela­zione alle circoscrizioni elettorali politiche e alla formazione delle liste elettorali.
35) CARLO CATTANEO, Sulla legge comunale e provinciale, ne // Diritto, Torino, 7, 22, 29-VI, e 8-VIM864.