Rassegna storica del Risorgimento

MOVIMENTO OPERAIO TERNI 1890-1905; PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
anno <1988>   pagina <230>
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Gian Biagio Furiozzi
formeranno una corrente che, dopo non pochi travagli, finirà con l'uscire dal PSI, è da collocarsi all'indomani del congresso di Imola.129) Ne furono promotori alcuni socialisti, in maggioranza meridionali, napoletani soprat­tutto, che già nella loro città avevano cominciato a condurre aspre battaglie, servendosi in. particolare del periodico socialista La propaganda, contaro la corruzione, il clientelismo e il malgoverno imperanti nella città partenopea. Oltre ad Arturo Labriola c'erano Enrico Leone, Romeo Soldi, Walter Mocchi, Sergio Panunzio, Ernesto Cesare Longobardi, affiancati per qualche tempo da Costantino Lazzari. Tutti costoro basandosi su una rivalutazione della funzione dei sindacati operai rispetto al partito si proposero di costituire LI primo nucleo di una nuova classe dirigente decisa a battersi, su un piano di lotta radicale, contro la borghesia conservatrice e in polemica con il partito socialista, avviato ormai verso una tattica riformista.
Gli anni successivi si incaricheranno di dimostrare di che tempra fos­sero i più accesi sindacalisti: di essi, chi abbandonerà l'attività politica per darsi all'imprenditoria, come il Mocchi, chi diventerà ministro nei gabinetti giolittiani, chi, addirittura, come Orano, Rossoni ed altri, finirà dapprima nazionalista poi fascista. Se, di Enrico Ferri, Turati potè dire che tra le molte cose che ignorava c'era di sicuro il socialismo, dei sindacalisti rivo­luzionari non potrebbe darsi un giudizio troppo diverso. Il loro vizio d'ori­gine stava in una assimilazione non troppo felice delle teorie marxiane, ap­prese mediante il filtro di Sorel; il loro volontarismo e il loro attivismo attirarono loro bensì le approvazioni di un Prezzolini e di un Papini, ma finirono per portarli ben lontani dall'autentico filone socialista.
In comune con il gruppo del Leonardo facente capo a Papini e Prez­zolini, i sindacalisti rivoluzionari avevano il tema della violenza. Ma, rileva acutamente N. Bobbio, una volta accettata la violenza come metodo di lotta politica, era difficile nel caso concreto distinguere la violenza giusta da quella ingiusta, per la semplice ragione che per ognuna delle parti la causa giusta era la propria. Chi si metteva su questa strada, rischiava di lasciarsi attrarre dal fascino della violenza dovunque e in qualunque modo scoppiasse. Come accadde a Labriola, che accettò la guerra Ubica come una specie di scuola rivoluzionaria, di cui il proletariato, reso imbelle e impo­tente dall'esperienza addomesticatrice della socialdemocrazia, aveva urgente bisogno .tì)
Del resto, il sindacalismo rivoluzionario, a parte, forse, una breve fiam­mata iniziale, peraltro più dovuta a movimenti spontanei di operai che ad organizzazione vera e propria attorno alla labriolana Avanguardia socialista, non attecchì a fondo nella classe operaia italiana. Gli operai sentivano, quasi d'istinto, che il Labriolino {definizione affibbiata al sindacalista rivolu­zionario napoletano dal suo grande omonimo Antonio Labriola, il quale, non avendo peli sulla lingua, andava dicendo che Arturo sfruttava l'omonimia
O In proposito cfr. A. RIOSA, // sindacalismo rivoluzionario in Italia, Bari, De Do­nato, 1976.
l*>) Cfr, G.B. FURIOZZI. // sindacalismo rivoluzionario italiano, Milano, Mursia, 1977, p. 13.
W fi. BOBBIO, Profilo ideologico del Novecento italiano, Torino, Einaudi, 1986, p. 66.