Rassegna storica del Risorgimento
MOVIMENTO OPERAIO TERNI 1890-1905; PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
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1988
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267
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Vita dell'Istituto
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è venuto proprio dal convegno che presentiamo, il quale, pur nella sua Importanza, ha incontrato due piccoli limiti: il primo riguarda la situazione delie biblioteche cagliaritane la cui chiusura ha di certo influito sul livello qualitativo degli studi di alcuni aspetti del Manno; il secondo è imputabile allo specifico taglio storico che si è inteso dare al convegno, nel quale è forse mancata una esauriente collocazione del Manno all'interno del pensiero filosofico e politico della Restaurazione.
La prima sessione è stata aperta dal Sindaco di Cagliari, Paolo De Magistris. Ha fatto seguito un breve profilo biografico del Manno ad opera di Tito Orni e quindi la relazione introduttiva di Gian Paolo Romagnani sul tema: Giuseppe Manno intellettuale e uomo politico nel Piemonte del Risorgimento . In questa pregevole e notevole relazione, Romagnani ha parlato di un Manno genuinamente filomonarchico, fedele servitore dello Stato e rappresentante tipico dell'elite subalpina, oltre che ben lontano dall'influenza napoleonica. Marmo risente del clima generale di abbandono della Sardegna e la sua figura emerge solo con la Restaurazione, durante la quale si rivela determinante l'influsso di Cesare Balbo che contribuì all'inserimento del Manno nel panorama culturale piemontese. Romagnani ha poi periodizzato la carriera politica di Manno distinguendo un primo momento in cui il politico sardo ricopre la canoa di alto funzionario dello Stato, ed un secondo momento in cui invece fa carriera nella magistratura ricoprendo però parallelamente, anche l'incarico di presidente della Camera Alta, rifiutando cariche di governo. Manno, insomma, è l'ideal-tipo del pubblico uffiziale, del buon funzionario, efficiente, preparato. Parlare di Manno, perciò, è come parlare di una cultura teorico-pratica (la cultura degli intendenti ) comune a tutto il contesto piemontese.
Ha poi parlato Antonio Romagnino che ha analizzato l'opera che Manno dedica ai vizi dei letterati , rilevando come egli non fu mai estremista pur essendo un grande polemista. Egli è critico acuto della pedanteria delle imitazioni delle mode proposte dal Romanticismo, anche se il classicista Manno è altrettanto critico dell'eccessiva erudizione e dell'idolatria dei classici che pur egli ben conosceva. Dall'opera emerge il rifiuto dell'eredità illuministica della fase contrattualistica del potere, cioè del contratto sociale; ed emerge una sorta di moralismo che causa in lui una malcelata diffidenza contro i lodatori troppo enfatici. In ogni caso, Manno è nei confronti dei letterati italiani meno severo che contro quelli francesi: ecco perché per lui è sfortunato lo scrittore che incontra al principio della propria carriera un critico troppo benevolo.
Luciano Carta ha invece offerto una pregevole lettura dell'opera Salmi, che, pur essendo meno famosa delle maggiori, è tuttavia di estrema rilevanza per un giudizio globale dell'opera del Manno. Scritto minore , ma in cui è più agevole cogliere il genuino pensiero del Manno ricoperto dai paludamenti nelle opere maggiori. L'opera in parola è scritta in stile biblico, religioso, morale, politico, liturgico; tutf altro che mera esercitazione letteraria o sterile impostazione codinista. Si tratta di un'opera che fu fortunata tra i contemporanei, e che contribuisce alla ricostruzione della biografia del Manno, della temperie culturale del proprio tempo, della sua visione etico-politica. Ben lontano da costituire un mero sfogo polemico, i Salmi sì inseriscono in un filone culturale presente in Sardegna (è infatti nel 1846 che T-uveri lavora alla stesura de II Veggente), in Italia (per tutti Foscolo, MaronceHi) e in Europa (per tutti Lamennais). I Salmi, quindi, sono in perfetta sintonia col sentimento letterario e culturale del tempo.
Aldo Accairdo ha invece analizzato l'opera del Manno Della polìtica e delle lettere, ritenendola un documento utile per la ricostruzione delle capacità del Manno di essere protagonista nella politica, nella polemica letteraria e nella (rinascita storiografica di quegli anni. L'opuscolo, oltre che testimonianza autobiografica, è anche incentrato sul rapporto politica-cultura, e parla delle doti dell'uomo di Stato, evidenziando così una concezione paternalistica del governo, e una concezione della monarchia di diritto divino temperata dai collaboratori del sovrano al ruolo di argini allo strapotere. Di qui il ruolo dello studio come disciplina del carattere e come auto-riflessione, e l'osservazione secondo cui il letterato che fa politica è avvantaggiato. I ministri, inoltre, devono essere fomiti di cultura al servizio del bene pubblico e di prudenza, considerata da Manno come suprema virtù politica.