Rassegna storica del Risorgimento
FERRARELLI GIUSEPPE; STORIOGRAFIA MILITARE
anno
<
1988
>
pagina
<
318
>
318
Toni Iermano
un circolo chiuso in cui si consumò il dissidio interiore dei migliori napoletani. In una lettera inviata dal magistrato Casella, già ministro di Francesco II, al Ferrarelli in occasione della pubblicazione del lavoro di quest'ultimo Tiberio Carafa, è possibile cogliere la cifra di quanto ho finora cercato di illustrare. La lettera, già pubblicata dal Croce, merita di essere riletta: Ornatissimo amico, ho letto d'un fiato il vostro libro, ammirandovi l'ordine, lo stile semplice e la nobiltà dei propositi. La iettatura della povera Napoli vi rifulge a meraviglia. Per dimostrarvi che fino all'ultima pagina ho seguito i vostri ragionamenti, ardisco credere che a Tiberio Carafa rimaneva il solo scampo di andarsene a morire a Vienna. Aveva troppo osteggiato la Spagna, ed in quel tempo ridevano di coloro che, all'ombra di certe belle parole, o, se vi piace, di certe belle cose, intonavano l'osanna ai propri nemici. Carlo III fu il redentore di queste Provincie, ma Tiberio Carafa non poteva essere suo suddito. Appunto per toglierci da simili imbarazzi la Provvidenza ci regala la morte. Conservatemi la vostra benevolenza e credetemi, tutto vostro Francesco Casella.34) La lettera, datata 9 dicembre 1886, lumeggia, attraverso espressioni chiarissime, la contemporaneità della vicenda umana di Tiberio Carafa: in quella lapidaria frase Carlo III fu il redentore di questa provincia, ma Tiberio Carafa non poteva essere suo suddito si nascondono tutte le contraddizioni di una parte della intelligenza meridionale del periodo post-unitario. Contraddizioni d'altronde nate nell'ambito di un solenne attaccamento alle vicende umane e politiche dell'antico reame di Napoli. Concludendo il suo scritto sullo sfortunato Tiberio Carafa principe di Chiusano, il Ferrarelili svelava nell'appassionata pagina finale tutti gli obiettivi della sua ricerca storiografica. Al quesito sulla possibile relazione esistente tra la congiura di Macchia ed il moderno risorgimento politico italiano , l'antico ufficiale della Nunziatella, senza indugi, rispondeva che essa consisteva in quella nobilissima propensione degl'Italiani del Mezzogiorno, a ribellarsi a tutte le tirannidi, tanto nazionali che forestiere; perché senza di essa, l'eroico valore dei Mille che sbarcarono a Marsala, avrebbe avuto fortuna simile a quello di Tiberio Carafa; e dopo qualche generazione, sarebbe divenuto un valore italiano, noto agli eruditi e ignoto alla nazione ?
Questa conclusione infiammò gran parte di quegli ufficiali napoletani che alla vigilia dell'unificazione nazionale avevano dato il loro contributo al crollo dell'assolutismo borbonico, ma che all'indomani dell'Unità avevano avuto non pochi contrasti con il gergo burocratico franco-piemontese36) dei nuovi amministratori delle province meridionali. Nicola Marselli (1832-1899), unito al Ferrarelli da una identica formazione culturale e da molti ricordi comuni (entrambi erano stati allievi della Scuola militare nonché fedeli amici del De Sanctis) espresse piena adesione alle posizioni sostenute
W Cfr. B. CROCE, Uomini e cose della vecchia Italia, cit., p. 384. Su Francescantonio Casella vedi B. CROCE, in Pàgine sparse, cit.* voi. Ili, pp. 18-34.
ss) G. FERRARELLI, Tiberio Carafa e la congiura di Macchia, Napoli, A. Morano, 1883, p, 133.
36) Cfr. la prefazione di B. Croce al volume del Ferrarelli, Memorie militari, cit., ora in fi. CROCE, Pagine sparse, raccolte da O. Castellano, serie terza, Napoli, Ricciardi, 1920, pp. 214-217.