Rassegna storica del Risorgimento
BELLUNO AMMINISTRAZIONE 1866; MORDINI ANTONIO; VICENZA AMMINIST
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1988
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Sergio Teresi
rese note le modalità della cessione del Veneto all'Italia tramite Napoleone III (la notizia fu data, con un dispaccio dell'agenzia Stefani, il 1 settembre 1866); infatti con il trattato austro-francese del 24 agosto 1866 era stato stabilito che il commissario militare francese generale Leboeuf avrebbe dovuto trattare, giunto a Venezia, il passaggio del Veneto all'Italia con il commissario militare austriaco Moering. In un secondo momento lo stesso commissario francese avrebbe ceduto a sua volta la regione alle autorità italiane, subordinatamente al consenso delle popolazioni, espresso tramite il plebiscito. I commissari regi si sarebbero dunque trovati in una posizione di grande imbarazzo, dal momento che essi già governavano la maggior parte delle province venete (escluse Venezia, Mantova e Verona, occupate dalle nostre truppe soltanto dopo la pace di Vienna); era cioè politicamente inconcepibile che si effettuasse il plebiscito in un territorio già amministrato, senza alcuna parvenza di provvisorietà, dalle autorità italiane. Allora la stampa democratica, con in prima fila il Diritto, sollevò una durissima campagna contro la mediazione francese e contro il governo Ricasoli reo di essersi asservito allo straniero e venduto alla diplomazia; lo stesso quotidiano invitò pubblicamente i commissari regi di Belluno e di Vicenza a dare le dimissioni, sostenendo che la loro posizione di uomini politici era ormai incompatibile con la copertura degli incarichi commissariali
Superati i dubbi e le incertezze 16> Mordini e Zanardelli inviarono le loro dimissioni al Ricasoli; essi motivarono la decisione presa argomentando che era impossibile per loro acconsentire ad una seppur momentanea sospensione dell'azione governativa ed arnministrativa dei commissari regi durante le operazioni per il plebiscito; quest'ultimo, per il solo fatto che si sarebbe dovuto fare, avrebbe distrutto la legalità dello Stato presente nel Veneto già tramite i commissari, mettendo i rappresentanti del governo italiano in una falsissima posizione .17> In sostanza, co
la) il Diritto del 2 settembre 1866. Cfr. la lettera di Ricasoli a Bianchi del 2 settembre anch'essa, in Carteggi di Bettino Ricasoli, cit., voi. XXIII, p. 288. Giovanni Mussi, direttore del Diritto, scriveva sempre il 2 settembre a Zanardelli: Se intendi restare, dopo questa condotta del governo, sarà impossibile toglier la colpa della complicità; À.S.B,, carte Zanardelli, busta 43.
tó) Il 4 settembre Zanardelli aveva scritto a Bargoni: Certo che se nell'applicazione del trattato vi fosse atto qualsiasi anche minimo da parte nostra in cui riconoscere la consegna francese non vi potrebbe essere ombra di dubbio che dovremmo andarcene: quanto all'essere complici col Governo di questo nuovo atto mi fa l'argomento un po' meno Impressione, perché se la nostra posizióne portasse complicità ne avressimo troppe altre sulle spalle che il Governo ha e che non ci sembra d'avere. Io ti confesso nondimeno che penderei per il partito più spiccio, ma non vorrei sembrassimo in contraddizione con noi stessi non essendoci trattenuti nelle altre colpe più grosse del Governo dal venire e restare e trattenendocene ora; Museo Centrale del Risorgimento [M.C.R.R.], carte Bargoni, busta 233, fase. 28.
17) Mordini a Ricasoli, Vicenza 7 settembre 1866; in Carteggi di Bettino Ricasoli, cit., voi. XXIII, p. 330. Anche Angelo Bargoni aveva consigliato ai due amici di dare le dimissioni; il 10 settembre aveva scritto a Zanardelli: In privato, sotto l'impressione di dispacci, ed anche ora che sono passati dieci giorni, non posso non considerare la posizione tua e quella di Mordini come non tenibile. Tu sai che io non ho mai considerato