Rassegna storica del Risorgimento
AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
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1988
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/ braccianti romagnoli a Ostia
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dei risultati della ricerca effettuata a Ostia dalla Cooperativa Ricerche sul Territorio, ricerca che ha fatto da sostegno culturale alle celebrazioni dell'arrivo dei ravennati sul litorale romano, tenutesi nel 1984.4>
Non resta che augurarsi che questa iniziativa segni l'inizio di una rinnovata attenzione per un'impresa che, per il peso che ha avuto nella storia dello Stato unitario, merita di essere ricordata non solo agli addetti ai lavori.
Da notare che il primo impatto con una importante fonte di informazione sulla vita ostiense è stato rappresentato per gli autori della ricerca effettuata a Ostia proprio dal manoscritto del diario Sarrecchia (un quaderno scolastico di 116 pagine) che Lorenzo Bedeschi, dopo averlo ottenuto dal figlio del Sarrecchia e dopo averlo riassunto per questa Rassegna, aveva depositato presso il Museo Centrale del Risorgimento. Altre sei diverse stesure del diario sono state successivamente ritrovate dai ricercatori nella casa del figlio di Luigi Sarrecchia: tra le sette copie così disponibili, il libro pubblica in appendice una scelta antologica dei brani ricavati da una versione che i ricercatori giudicano ideale per dovizia di particolari e complessità cronachistica.
In considerazione di questo precedente, oltre che per la importanza obiettiva dell'impresa, mi è sembrato opportuno far seguito al discorso già intrapreso dalla Rassegna storica del Risorgimento riportando estesamente il contenuto della ricerca.
Ci ricorda Giuseppe Lattanzi, nella parte storico documentaria, che il territorio da bonificare alla foce del Tevere era di circa 21.267 ettari di cui 5.920 composto di stagni e paludi. Essendo situato sotto il livello del mare, il suolo si trovava in balia delle piene del Tevere (che non riuscivano a disperdersi in mare), delle acque piovane e sorgive e soprattutto dell'afflusso idrico dalle zone collinari.
Le diverse memorie pubblicate concordano nell'offrire un quadro desolato della campagna romana; terra di morte che non lasciava scampo a chi vi abitava. A Roma e dintorni albergava il tipo più grave di malaria: quello fulminante . Viste le difficoltà ambientali, si preferiva l'allevamento del bestiame agli investimenti agricoli richiedenti lunghi periodi di ammortamento. Da tempo immemorabile l'Agro Romano era meta della transumanza dei pastori abruzzesi. La tenuta rappresentava l'unità produttiva più diffusa, retaggio di un sistema economico di tipo feudale.
La grande ricchezza della zona poteva considerarsi, ancora dopo millenni, lo sfruttamento delle acque del mare per ricavarne sale: le saline ostiensi erano famose fin dai tempi di Anco Marzio che mosse guerra agli etruschi per appropriarsene. Mentre lo sfruttamento delle saline era controllato direttamente dalla Reverenda Camera Apostolica, il resto del territorio era in gran parte di proprietà delle grandi famiglie nobiliari romane.
La bonifica di questo territorio, ad opera dei romagnoli, scaturì dall'incontro di due esigenze: una nazionale e una sociale. Di quella nazionale ho parlato all'inizio: l'urgenza di far uscire Roma dall'assedio di solitudine e malaria in cui si trovava. Per questo motivo il 20 novembre 1870 due mesi dopo la presa di Roma un Regio Decreto nominava una Commis-
*) GIUSEPPE LATTANZI, VITO LATTANZI, PAOLO ISAJA, Pane e lavoro. Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonìfica di Ostia, Milano, Marsilio, 1986.