Rassegna storica del Risorgimento

AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
anno <1988>   pagina <359>
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Libri e periodici
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di questi atti congressuali ha fatto si che essi vedessero la luce pressoché contemporanea­mente al settimo volume (1985) degli Annali dell'Istituto Alcide Cervi in cui, sotto il coordinamento di Franco Cazzola, le campagne emiliane, che della società rurale italiana rappresentano senza dubbio, ed in ogni tempo, lo strato emergente più caratteristico nella sua stessa composita eterogeneità, venivano sottoposte ad una penetrante analisi dal medioevo ad oggi, con particolare impegno, ad opera del curatore medesimo, e di Luciano Casali, per quanto concerne la fase otto-novecentesca che forma oggetto degli atti di cui si discorre e della per più versi significativa introduzione del Villani.
Sia gli studiosi bolognesi che quello salernitano, infatti, affiancato quest'ultimo da un Renda che pur cerca di salvare le ragioni di una certa continuità ortodossa magari comunista prima ancora che marxista, non possono fare a meno di rilevare il netto e tendenzioso privilegio che l'ottica storiografica, qui più che mai scopertamente di partito, ha riservato agli uomini, alla politica, addirittura all'ideologia, a preferenza delle strutture produttive, del sistema contrattuale, del mondo della mentalità e del comportamento, che pur costituisce vistosamente l'elemento di persistenza innegabile all'interno della società rurale, quel continuum su cui non a caso sono i francesi a battere in questo volume, da Aymard a Barrai, rispetto alle fratture, se non proprio ai capovolgimenti, a cui continuano ad indulgere gli italiani (ed il ritorno a De Martino, con cui si concludono gli atti, è a questo proposito quasi patetico, nell'ampio oceano interpretativo che si distende da Rossi Dori a a Lombardi Satri ani).
Non solo: ma questa politicità, fortemente suggestionata dall'unicum europeo del­l'organizzazione socialista nelle campagne (che rispecchiava peraltro una frangia minoritaria e circoscritta, arbitrariamente identificata con la società rurale nel suo insieme o con l'assai più ambigua e sfuggente nozione di mondo contadino) è restata sempre e significativamente condizionata, quando non addirittura determinata, dal momento partitico, braccianti e fame di terra fino a metà degli anni cinquanta, allorché si è dovuto prendere atto della portata storica della disfatta sul campo della riforma agraria (solo oggi Villari e Bevilacqua parlano dell'individuaiismo proprietario dei proletari calabresi, ma Renda continua a rimpiangere i bei tempi del cooperativismo sulle terre incolte), lungo ed imbarazzato silenzio dall'inizio dell'emigrazione al Nord alla fine del miracolo economico, impetuosa e disordinata ripresa con la solidarietà nazionale, più filtrata e finalmente disincantata e riposata riflessione storica nel corso degli anni ottanta.
Da ciò, certe proposte di lavoro che si direbbero quasi umoristiche nella loro ovvietà, l'esigenza di studiare i coltivatori diretti, ad esempio, questo monstrum che è venuto ad alterare quarantanni or sono tutta una prospettiva cosiddetta rivoluzionaria dal Delta al Fucino ed alla Sila, ma che per la verità esisteva già da parecchi secoli, o quanto meno, sotto il profilo politico e partitico, da alcuni decenni prima, e senza il quale, è sempre Io spregiudicato Casali a rammentarlo, anche solo rimanendo all'Emilia, non si comprendereb­bero la bianca Faenza, la montagna bolognese, l'Appennino parmense con Micheli, e così via dicendo.
Il discorso appassionante ci ha fatto trascorrere alquanto oltre quelli che sono gli schemi consueti dì una recensione e soprattutto i limiti cronologici consuetudinari a questa rivista. Per tornare ai quali, dunque, converrà soffermarsi soprattutto sulle robustissime relazioni introduttive di aintesi del Villani, appunto, e del Galasso, tenace il primo nel negare dalle fondamenta, nei suol pericolosi risvolti di mito populista totalizzante, la nozione storica medesima di società contadina tout court, la famiglia ed il mercato delincando i poli di un chiaroscuro dialettico la cui grande linea di tendenza è peraltro rappresentata dal processo di integrazione della società rurale nella moderna società nazionale, from peasants to formerà, o addirittura citoyens, come dimostrato brillantemente da Eugen Weber per la Francia (ma in Italia 11 sostegno indispensabile di sociologi ed antropologi per una prospettiva interpretativa così complessa è del tutto carente, e Villani fa benissimo a stigma­tizzarlo); come sempre lucido e realistico Galasso nel denunziare il negativo dell'utopia contadina in quanto tale ma anche nel!'ammettere francamente la subordinazione strutturale di quel mondo, in un rapporto inscindibile con la città che i tempi tendono ad esasperare in forme drammatiche sotto la spinta dell'esplosione demografica del terzo mondo.