Rassegna storica del Risorgimento
AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
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1988
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360
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360 Libri e periodici
Continuità, abbiamo detto, la parola d'ordine degli autorevoli relatori francesi, sia che Aymard la connetta all'inscindibilità strutturale dell'accennata subordinazione alla città, donde la difficoltà di documentare con rigore la ripetizione sul continente dell'andamento traumatico dell'industrializzazione inglese, sia che Barrai analizzi l'associazionismo agrario come una delle strutture portanti della storia sociale francese dell'ultimo secolo, pur assumendo essa raramente quell'incidenza determinante che il Wils illustra per il Belgio fiammingo e soprattutto il Puhle per la Germania prenazista, non soltanto ad opera, è bene sottolinearlo, dello Junkertum d'oltre Elba.
Fortemente legati alla realtà dell'ultimo mezzo secolo, ma in sé particolarmente pregevoli, e perciò meritevoli quanto meno di una segnalazione, gli studi sulla penisola iberica e su Israele tratteggiano una società ancora profondamente differenziata e composita, non senza che il Malefakis puntualizzi con molta energia le contraddizioni politiche radicali che condannavano al fallimento più rovinoso il progetto di riforma agraria perseguito dal regime repubblicano spagnolo.
Quanto all'Italia, a parte un divertissement letterario del Barberis su cui ci sarebbe qualche cosa da ridire e l'accennata sintomatica carica a fondo di Amalia Signorelli contro il famigerato recupero delle radici {l'aggettivo è dell'A.) la periodizzazione adottata da Renda dai Fasci agli anni cinquanta, e quindi dalla crisi alla riforma agraria, è accettabile soltanto a patto di tener presente che i Fasci medesimi sono tutfaltro che un movimento esclusivamente contadino, anzi piuttosto, si sarebbe tentati di dire, la prima grande manifestazione di massa meridionalistica dai tempi almeno di Masaniello, all'interno della quale la revisione dei patti agrari non preponderava certo rispetto alla riforma delle finanze comunali ed alla trasformazione della classe dirigente locale.
Se si dovesse, infatti, ragionare in chiave strettamente rurale, non vedo perché il brigantaggio e forse specialmente i moti del macinato (perché qui manca l'ambigua e deviante componente urbana del manutengolismo) non potrebbero essere assunti come sintomi vistosi del disagio delle campagne, dell'insorgere di una specifica questione contadina, che non a caso Bakunin. e l'internazionalismo in genere, avrebbero posto in quegli anni al centro dei loro programmi italiani. Non manca di rilevarlo, infatti, il compianto Barbadoro, con un limpido colpo d'occhio sul secondo Ottocento, nel quale alla componente cattolica è fatta la debita parte, ma soprattutto s'individua una polarizzazione dialettica tra l'intransigenza bracciantile di Mantova e l'articolazione interclassista di Reggio, le cui radici affondano ben addentro nel tempo, le servitù militari da una parte, l'allevamento e i caseifici dall'altra, attraverso una presenza ed una propaganda del radicalismo democratico che sono tutt'altro che da sottovalutare.
I mediatori meridionali dell'emigrazione studiati da Musella, il conservatorismo agrario che D'Attorre enuclea non a caso in Emilia dalla nebulosa del ruralismo, che lo Stato fascista istituzionalizzerà negli anni trenta come una sorta di surrogato del blocco agrario in crisi (e non lo si dovrebbe dimenticare!), il mito e la realtà degli usi civici calabresi esaminati da Bevilacqua con lodevole equilibrio e l'ancor più lodevole accennata spregiudicatezza interpretativa (perciò troppo ottimistica ed attualizzante mi sembra la sua conclusione secondo la quale le masse negli anni quaranta si sarebbero mosse essenzialmente entro una linea che cercò di convogliare il bisogno di terra e di lavoro nel disegno di una generale trasformazione agraria all'interno della quale sembra fuori luogo deplorare che, all'epoca, non si sia pensato ad un'adeguata politica di salvaguardia dell'ambiente e valorizzazione del territorio!) tutto ciò ci riconduce agli uomini, che rimangono, l'abbiamo detto, i protagonisti della storia rurale italiana, ben al di là della storia del suolo, del clima, delle bonifiche, 5 cui vuoti sono ancora larghissimi. Questi uomini andrebbero ora indagati sotto il profilo comunitario dell'antropologia ad integrare, correggere ed eventualmente sostituire quello della politica e dell'ideologia. Ma la fase intermedia del paesaggio rurale, della geografìa storica, sembra irrinunciabile: ed è significativo che ad essa si dedichi tra i relatori un'allieva del Gambi, Paola Sereno, con un contributo sull'Europa centro-settentrionale per di più rigorosamente tecnico e difficilmente Utilizzabile ad altro proposito.
Su questo percorso, ad evitare altri sbandamenti o diverse etichettature , c'è davvero molto da camminare. RAFFAELE COLAPIBTOA