Rassegna storica del Risorgimento
AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
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Libri e periodici
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Economia e società netta valle del Lìti nel sec. XIX: l'industria laniera. Atti del convegno di Arpino 3-5 ottobre 1981 a cura di Cannine Ciraraino; Caserta, Rivista storica di Terra di Lavoro, 1986, in 8, pp. 397. L. 40.000.
Il forte ritardo nella pubblicazione degli atti, indubbiamente imputabile alle consuete difficoltà locali, che snervano quando non addirittura paralizzano le più benemerite iniziative culturali, spiazza soltanto fino ad un certo punto i risultati scientifici del convegno, ma non li danneggia considerevolmente, attesa la coerenza e la compattezza con cui essi sono stati preventivati e qui si presentano in una forma unitaria molto stringente e persuasiva.
Il volume del De Matteo sulla politica creditizia governativa nei confronti degli imprenditori lanieri, infatti, tralascia la documentazione preziosa dell'archivio di Stato di Caserta e, pur edito fin dal 1984, consente qui al De Majo di sviluppare adeguatamente il suo già ben noto discorso settecentesco e soprattutto al Cimmino di condurlo avanti con ampia prospettiva interpretativa fino alla crisi definitiva ed irreversibile degli anni ottanta.
Parimenti il saggio già anticipato della Martuscelli sul personale prefettizio postunitario si rilegge qui con profitto, strettamente collegato com'esso risulta all'ambiente ed ai retroscena che Cimmino ed Isernia esaminano contestualmente sullo sfondo della vendita dei beni demaniali e dell'asse ecclesiastico, e Ferri su quello del brigantaggio.
Un volume utile, documentarissimo ed approfondito, dunque, che prende opportunamente il suo posto in quanto tale, come esito collettivo di una ricerca solidamente impostata, tra i migliori risultati di quell'indagine meridionalistica regionale tanto spesso auspicata assai più e meglio che non realizzata in effetti.
1 termini del problema, valle del Liri, Ottocento, industria laniera, sono assai ben scanditi e la fanno vigorosamente da protagonisti in una zona che costituisce un unicum all'interno dell'antico regno di Napoli, a parte la capitale e la concentrazione salernitana, fino al punto da continuare ad autorizzare di tanto in tanto la letteratura nostalgica e rivendicativa, o magari primaziale , della storiografìa borbonizzante.
Silvio De Majo fa giustizia di queste che non sono ricostruzioni critiche ma spunti evocativi duri a morire, pone correttamente, sulla traccia riduttiva del Davis e soprattutto del Dewerpe, il protezionismo statale alle origini di una protoindustrializzazione nell'ambito di un sistema basato sulla complementarietà con lo spazio rurale... aspetto di una società arretrata piuttosto che risposta alla sfida europea dell'industrializzazione e del capitalismo ma ne inquadra altrettanto felicemente le vicende anzitutto in una storia sociale complessiva della borghesia provinciale, che è un po' la protagonista inedita dell'intero volume, e quindi in una serie successiva di fluttuazioni cicliche dal 1806 al 1860 nel cui ambito emergono alcuni elementi di base, la meccanizzazione e lo sfruttamento idraulico di Isola che reggono meglio alla crisi ma non riescono ad eliminare il tradizionalismo di Arpino, da cui anzi finiscono per venire egemonizzati su una sfumatura politico-notabilare più che imprenditoriale in senso stretto (Polsinelli ed Incagnoli) che documenta una persistente sfasatura tra avanguardia d'impresa e classe dirigente vera e propria, su cui si dovrebbe appuntare l'attenzione.
Comincia a farlo obiettivamente il Cimmino, sia slargando al di là del libero scambio e della formazione del mercato nazionale le ragioni profonde del crollo postunitario di questa struttura industriale, ancora troppo legata alla terra, allo sfruttamento di migliaia di lavoranti non ancora evolutisi a proletariato di fabbrica, ad una dislocazione geografica subnazionale che non riesce ad inserirsi efficacemente nel discorso unitario, sia affrontando direttamente il retroterra politico-amministrativo del ceto composito manifatturiero, agrario e mercantile che governa a svariati livelli la liquidazione dei beni demaniali ed ecclesiastici, consentendo la formazione di un pulviscolo miniproprietario la cui incidenza economica è peraltro del tutto trascurabile, e di cui dovrebbe seguirsi la dissoluzione sociale attraverso gli espropri e la conseguente emigrazione.
L'impatto tra questa dirigenza, che dopo gli anni ottanta torna ad essere esclusivamente notabilare dopo la lunga ed ambigua parentesi imprenditoriale (ma la parabola dei Visocchi se ne discosta, ed accenna quindi presumibilmente ad una nuova e più moderna fase pregiolittiana ) ed i funzionari studiati diligentemente dalla Martuscelli