Rassegna storica del Risorgimento
AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
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1988
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370
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370 Libri e periodici
modico frutto, e con facilità di dimetterlo in qualche tempo ed anche a piccole rate (pp. 89-90).
L'arretratezza di questa concezione risaltava ancor più se confrontata alle iniziative che già negli anni quaranta vedevano l'aristocrazia terriera toscana legarsi ai ceti affaristi più spregiudicati in attività speculative che se certo non potevano definirsi ad alto rischio, rappresentavano, però, un impiego diversificato e redditizio dei proventi della terra. Verificato, così, che il Monte non [avrebbe potuto] abbracciare il nuovo commercio senza subire una riforma profonda nei suo personale e nei suoi sistemi amministrativi (p. 94), alcuni esponenti della nobiltà e della borghesia locale si fecero promotori di un nuovo istituto di credito; la Banca Senese. Scopo della nuova istituzione era quello di impedire il ristagno del denaro inserendo il credito bancario nei circuiti economici della produzione agricola, industriale e dei commercio (p. 94). Tra i fondatori di questo nuovo istituto ritroviamo il nome di Policarpo Bandini. Questi era esponente di spicco di quel ceto borghese maggiormente disponibile a legare l'economia cittadina alla finanza regionale. Non a caso amico di Pietro Bastogi, Bandini riuscì a riunire, nella fondazione della Banca senese, uomini come Landucci, Serristori, Puccioni. Tutte personalità che avrebbero fatto poi parte della compagine moderata.
11 Monte dei Paschi si mantenne estraneo a queste iniziative, forse anche timoroso di un'eccessiva invadenza del gruppo fiorentino livornese. Si conservò, così, anche negli anni a cavallo dell'Unità, il controllo della nobiltà cittadina sull'istituto di credito. Ne fu una nuova conferma, l'elezione, avvenuta nel 1858, a provveditore del Monte di Francesco Bindi Sergardi, discendente di una delle distinte famiglie senesi , voluta dal comune e dai ceti che lo dirigevano, ossia l'aristocrazia terriera più conservatrice (pp. 183-192).
La nuova dimensione nazionale accentuò i contrasti tra i settori della proprietà fondiaria filo-lorenesi e clerico-legittknisti, con quelli moderati sia senesi, che regionali. 1 primi arroccati in difesa degli antichi privilegi, mentre i secondi andavano sempre più. rinsaldando i loro legami col capitale finanziario. Il Monte veniva ad assumere sempre più un ruolo centrale nella politica del ceto dirigente senese. Esso veniva a rappresentare il complemento bancario del ristagno della provincia e degli interessi della grande aristocrazia terriera estranea all'investimento in agricoltura e dedita semmai alle partecipazioni azionarie e alle attività speculative (p. 196). 1 colossali capitali accumulati dal Monte, se da una parte smentivano il paradigma del pensiero moderato secondo cui il ristagno agricolo era dovuto alla carenza di capitali; dall'altra, l'arretrata organizzazione aziendale del Monte impediva la circolazione di tali capitali, cosa che di fronte alle nuove possibilità di impiego offerte dall'avvenuta unificazione nazionale, rendeva sempre più urgente la riforma degli antichi regolamenti.
Fu proprio un esponente di spicco del moderatismo toscano, Bettino Ricasoli, a promuovere studi per la riforma del Monte. Lo scontro divenne, così, non più solo cittadino, ma tra nobiltà senese e nuovo ceto dirigente nazionale. Al centro di tale scontro fu, ben presto, l'antico privilegio dei nobili di ricoprire le maggiori cariche dell'istituto, che significava, in sostanza, ridiscutere l'essenza stessa del Monte per fame, se non un moderno istituto di credito immobiliare, quanto meno un'azienda guidata secondo più moderni criteri dì gestione. L'opposizione a tale progetto, guidata proprio da Bindi Sergardi, era, viceversa, in difesa del Monte com'è , ossia istituto di proprietari .
Il contrasto fu risolto di forza dal governo nel 1863, e più precisamente da un esponente di punta del gruppo dei moderati toscani: Ubaldino Peruzzi, allora ministro dell'Interno, che, col decreto reale del 14 maggio 1863, n. 741, abolì i privilegi dei nobili. A questo decreto seguì, nel 1864, il collocamento a riposo del Bindi Sergardi.
Risolta così la questione istituzionale, restava in sospeso la questione del riordinamento dell'istituto. Questo fu deciso, non senza nuovi contrasti, tra il 1865 e il 1872. Le nuove difficoltà nascevano dalle insistenti pressioni [e dai] tentativi della finanza internazionale per giungere ad una soluzione dell'ordinamento del credito fondiario favorevole ai propri interessi, per collegarsi attraverso il credito fondiario alle operazioni di alienazione dei beni demaniali e dell'asse ecclesiastico (p. 231).
Il nuovo statuto, approvato nel 1872, fu il frutto di mediazioni e di compromessi