Rassegna storica del Risorgimento
AGRO ROMANO BONIFICA; BRACCIANTI ROMAGNOLI OSTIA 1884-1956
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1988
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reazionari dipingevano la situazione europea, per presentare l'assolutismo come unico garante dell'ordine sociale, Pironti pagò di persona la propria coerenza. Condannato nel processo alla setta dell'Unità Italiana a 24 anni di ferri, visse in catene nelle galere di Montefusco e Montesarchio fino ai 1859, quando venne amnistiato.
Dopo l'Unificazione, in qualità di segretario generale del Ministro di Grazia e Giustizia, collaborò con Cialdini durante la Luogotenenza del generale nel Meridione, eseguendo energicamente le sue direttive. La linea dura nei riguardi del clero si esplicò con una serie di provvedimenti ai limiti della legalità. Circa l'epurazione del personale giudiziario, i criteri di Pironti furono ugualmente considerati troppo severi. Il fatto è che spiega Scirocco i liberali vedevano nella Chiesa uno dei nemici più potenti e decisi dello Stato italiano e ritenevano necessaria un'azione intimidatrice. L'inflessibilità di Pironti verso magistrati anche solo lievemente compromessi col regime borbonico era invece secondo Scirocco la dimostrazione dello spirito di una parte della Destra, animata dall'intento di porre nei gangli vitali dell'amministrazione statale uomini di completa fiducia (p. 47). E veramente questa intransigenza è un punto fondamentale per comprendere la personalità di Pironti. Come molti altri esponenti della Destra meridionale (Bonghi, Scialoja, Nisco), egli non volle riconoscere il sincero passaggio al campo legalitario di antichi rivoluzionari; più in generale, non volle dare fiducia alla Sinistra parlamentare, screditandone le intenzioni e bollando tutti gli avversari democratici con l'etichetta di sowersivi-repubblicani-garibaldini. 11 liberalismo moderato meridionale rimase, dunque, espressione di un ristretto ceto di proprietari terrieri o professionisti. Nessuno di loro pensò mai che l'emancipazione del proletariato agricolo potesse costituire un elemento positivo nell'ambito della rinascita nazionale, e ben pochi rappresentanti di tale corrente politica furono capaci di seguire l'evolversi della vita italiana, preferendo arroccarsi su una concezione autoritaria del potere.
Fatto, questo, che appare evidente nell'attività svolta da Pironti quale ministro di Grazia e Giustizia del terzo ministero Menabrea <maggio-ottobre 1869). Allora egli si pose coscientemente al servizio di una prospettiva di rivincita conservatrice, che aveva negli ambienti di corte il centro propulsore. Nel cruciale 1-869, il sistema costituzionale attraversò una grande crisi. I trasferimenti di magistrati, con carattere punitivo e intimidatorio, fioccarono: trasferito il consigliere Vincenzo Lomonaco, reo di aver redatto una sentenza sgradita al governo in tema di devoluzione dei beni ecclesiastici al Demanio; trasferito il Procuratore generale di Firenze, colpevole di aver francamente dichiarato che non riteneva giusto rinviare a giudizio l'on. Lobbia; trasferiti tutti i componenti della sezione istruttoria di Milano, che avevano assolto esponenti repubblicani e socialisti, e l'elenco potrebbe continuare a lungo. La magistratura vedeva negli atti dell'opposizione null'altro che normali manifestazioni di dissenso. Pironti, al contrario, identificando il bene pubblico con quello della parte politica alla quale egli apparteneva, considerava l'atteggiamento dei giudici come una chiara manifestazione anti-istituzionale, che andava conseguentemente punita. Il comportamento dei magistrati, perciò, venne valutato come un segno di rivolta, che contrapponeva alla monarchia la repubblica democratica! La vecchia cultura liberale quarantottesca [...] alle prese con i problemi molteplici dell'Unificazione nazionale osserva Colapietra mostrava tutti i suoi limiti (p. 142). In questo senso, il travagliato periodo dei ministeri Menabrea e l'affare Lobbia rappresentarono la cartina di tornasole sulla quale si misurò l'inadeguatezza di una certa parte della Destra conservatrice, quella appunto aprioristica e dottrinaria a cui apparteneva il Nostro, alla gestione della crescita e della trasformazione di uno Stato moderno, donde la sua definitiva emarginazione storica (pp. 143-144). Anche dall'esame dell'attività di Pironti come magistrato (Procuratore Generale a Napoli, poi presso la Corte di Cassazione a Firenze, infine nuovamente a Napoli), Colapietra deduce che egli 6 completamente fuori dalla società che lo circonda, non appena questa comincia a travalicare i termini della moralità, del costume, del comportamento, attraverso i quali è stato avvezzo ad osservarla e valutaria per decenni (p. 155). 1 problemi posti dallo sviluppo del socialismo e dalla questione meridionale, perciò rimarranno sempre estranei a Pironti anche nelle loro valenze paternalistiche e riformistiche più blande.