Rassegna storica del Risorgimento

NAPOLI STORIA 1848; PALADINO GIUSEPPE; STORIOGRAFIA ITALIA
anno <1989>   pagina <228>
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Luigi Parente
e paese, il momento della efine in idea del regno di Napoli, per usare la terminologia del Croce. Per lo storico lucano vale ancora la vulgata della fede liberale di re Ferdinando, costretto però a ricredersi dinanzi alla violenza delle frange estremiste dei radicali democratici ad oltranza, per ciò legittimato a ricorrere alla forza per salvare il suo trono. Ma se la pretesa liberalità del sovrano viene a cadere dinanzi alle barricate del 15 maggio, logica storica avrebbe d'altro canto richiesto uno sguardo d'insieme sulla complessità della questione della terra nel Regno, della cui urgenza i deputati delle province si facevano responsabili portatori presso l'assemblea parlamentare.
Prima del 15 maggio l'illusione dell'accordo tra Ferdinando II e i liberali egli sottolinea nella premessa , e quindi la persistenza del regno autonomo potè prendere piede ed affermarsi; ma dopo essa sfumò per non ricomparire mai più e la secolare indipendenza del Regno fu sacrificata all'idea unitaria italiana.
C'è però bisogno, a questo punto, di seguire con particolare attenzione l'ordine dell'analisi del Paladino per poter trarre, in conclusione, un motivato giudizio della sua visione critica.
Prendiamo quindi il nucleo del libro, il capitolo terzo tutto incentrato com'è sulla vasta storiografia relativa al 15 maggio. Due sono le versioni in antitesi presentate: la prima liberale, attribuisce la responsabilità del­l'accaduto al re o alla sua corte; l'altra, di segno opposto, ne incolpa i liberali.
Per la prima tesi si trovavano d'accordo sia i contemporanei che i liberali moderati, a partire da G. Massari, autore di un tempestivo saggio su quei mesi, fino a C. Poerio e G. Vacca. Il Massari, infatti, nel suo I casi di Napoli dal 29 gennaio 1848 in poi (Torino, 1849) sostiene che fu il governo a suscitare l'anarchia del paese con l'intento dì rompere poi la fede giurata, di vendicarsi della nazione, che era riuscita ad ottenere con la lotta le garanzie costituzionali, e così tornare di nuovo al vecchio assolutismo.
In proposito lo stesso scrittore parlava dell'esistenza di un secondo governo occulto, che paralizzò definitivamente l'azione del governo legale, alimentando così i tumulti, e questo lavorìo sotterraneo s'identificherebbe con la camarilla austro-spagnuola .
Accuse precise al re e al suo entourage per aver fatto elevare le barricate ed aver promosso il conflitto provengono da Settembrini, Petruc-celli della Gattina, Francesco Carrano e La Cecilia.
Naturalmente chi vede nella cospirazione repubblicano-mazziniana la cagione vera del quindici maggio non può che essere Giacinto De Sivo, teorico della tendenza reazionaria, ossessionato dalla onnipresenza della setta liberale nella vita politica meridionale pre-'óO.2" Questa versione poggia esclusivamente sull'Atto di accusa dell'll giugno 1851 del procuratore
21) Su questo significativo esponente della resistenza borbonica antiunitaria siamo ancora tributari dell'analisi dedicatagli a suo tempo (1918) da B. CROCE, ora in Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Bari, 1927, pp. 147-160.