Rassegna storica del Risorgimento
REPUBBLICA ROMANA 1849; STATO E CHIESA REPUBBLICA ROMANA 1849
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1989
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Stato e Chiesa a Roma nel 1849
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e Chiesa possono e debbono convivere, ma a patto che ciò avvenga per Bonaparte in chiave di libertà, e non riecheggiando vetuste formule di alleanza trono-altare. Ma allora, qual'è la formula adeguata di tale convivenza? Voi mi direte che dichiarare la religione cattolica religione di Stato è fare il più grande dispetto che si possa infliggere ai preti: ebbene io sono di quelli che vogliono fare dispetti ai preti nelle cose temporali, ma nelle spirituali non mai! [...] Io non voglio che un vescovo, che un curato sia sottoposto ad alcun superiore temporale nell'esercizio del culto, e molto meno possa avere pretesti per intromettersi nelle cose pubbliche. Io vengo a reclamare la separazione, l'indipendenza vera dei due poteri: lo spirituale di là e il temporale di qua. Se voi mi darete una religione di Stato, voi sottometterete il culto cattolico, come gli altri culti, alla disciplina, alla sorveglianza di un ministro secolare. Io non lo credo opportuno 40> Bonaparte è però contrario anche alla aperta libertà di culto: Adunque io così mi riassumo: che ogni uomo possa in qualunque tempo, in qualunque modo, adorare la divinità secondo la sua coscienza, ciò che è principio sacrosanto: ma non decretate lo possa fare pubblicamente in quei modi che verrebbero ad urtare la credenza degli altri, la credenza della immensa maggioranza dei cittadini [...] le di cui pratiche religiose io sono il primo a rispettare, quantunque mi opponga [...] alla proclamazione di una religione dello Stato .4n Interessante è la conclusione dell'appassionato intervento: se si contemplasse il culto (pubblico), oltre alla credenza (privata), ogni eccesso, ogni stravaganza diverrebbero pericolosamente leciti. E, naturalmente, nella Roma culla del cattolicesimo, neanche il Bonaparte acconsentirebbe a dare libero sfogo alle monie dei musulmani e degli idolatri o ai frenetici balli dei quacqueri convulsionari .42> Perché questo apparente arretramento del Bonaparte, fautore del separatismo coll'art. VII ma contrario ad una esplicita dichiarazione di libertà religiosa? Sono da fare a tal proposito due considerazioni: 1) Rodelli43* ipotizza che Bonaparte voglia fare una concessione tattica ai deputati cattolici dell'Assemblea, tentando di convincerli a votare contro il principio della religione di Stato (1* comma dell'articolo VII) in cambio di un secondo comma che sancisse sì la libertà di fede, ma in modo meno radicale , e del rifiuto quindi dell'emendamento Ardudni (recante appunto la frase il culto è libero ).W Ed in effetti, una lettura degli atti parlamentari della Repubblica romana ci offre un ritratto di un Bonaparte fedele sì alle grandi questioni di principio, ma anche abile politico; 2) è ben vero che la sola tutela giuridica dell'aspetto privato dell'esercizio di una fede religiosa (la credenza praticata nel chiuso delle mura domestiche o di locali appartati) non copre il pubblico culto della fede stessa. E qui Bonaparte, e in generale i sostenitori del 2 comma dell'articolo VII, si trovano di fronte ad un quesito di difficile risoluzione. Una chiara risposta la darà Gabussi
40) Aits. Roma, IV, p. 965.
41) Ass. Roma, IV, p. 966.
42) Ass. Roma, IV, p. 966.
43) RODELLl, Op. CÌt., p. 294.
44) E anche l'Arci ti ini vuole contribuire cosi facendo sia alla causa della religione che a quella della libertà: Ass. Roma, IV, p. 970.