Rassegna storica del Risorgimento
LABRIOLA ANTONIO
anno
<
1989
>
pagina
<
306
>
306
Gian Biagio Furiozzi
romani, dinanzi a un pubblico di studenti, nessuno dei quali riuscirà a farsi un nome nella storia del socialismo italiano.
A questo punto occorre accennare ad un aspetto del pensiero di Labriola sul quale troppo spesso gli studiosi marxisti tendono a sorvolare, e cioè alle sue posizioni apertamente colonialiste, connesse ad alcune affermazioni ai limiti del razzismo, che hanno costituito per molti di questi studiosi motivo di imbarazzo. Il 9 marzo 1890 II Risveglio di Firenze pubblicò una sua lettera ad Alfredo Baccarini, nella quale, circa la colonia Eritrea, egli invitava a discutere seriamente e fortemente del modo di ordinare questa colonia . Egli suggeriva di creare un sistema di coltivazione diretta provando le forme della partecipazione o della cooperazione. Questo per togliere la terra ai grandi capitali e per consentire di affidarla ai contadini poveri che emigravano verso l'America meridionale. Labriola, dunque, riteneva che la colonia Eritrea potesse rappresentare una soluzione in positivo per risolvere, almeno in parte, il problema dell'emigrazione: che sarà poi l'esatta posizione assunta dai sindacalisti rivoluzionari venti anni dopo.22* La posizione di Labriola fu criticata sia da Engels che da Turati.
Nel 1897 egli intervenne di nuovo sul problema dell'espansione coloniale, in occasione di una manifestazione pubblica in favore della Grecia per il possesso di Candia. L'opinione di Labriola non è suscettibile di equivoci. Liquidiamo per ora la Turchia europea [...]. In questa gara conquistatrice, che è sempre legittima là dove non sono nazionalità vitali, la parte che tocca all'Italia è indicata da tutte le ragioni della opportunità e della difesa: intendo dire di ciò che alla Turchia rimane in Africa, ossia la Tripolitania. Non brontolino i socialisti [...]. Noi abbiamo bisogno di terreno coloniale, e la Tripolitania è a ciò indicatissima. Pensino che duecentomila proletari all'anno emigrano dall'Italia, senza indirizzo e senza difesa, e ricordino che non può essere progresso del proletariato, là dove la borghesia è incapace di progredire. L'intervento si concludeva con l'affermazione secondo cui l'Italia, dopo un lungo periodo di decadenza, avrebbe dovuto riprendere grazie alle colonie nuovamente posto nella storia.23)
Se l'economia, come la politica, avevano ormai connotazioni internazionali, l'Italia non avrebbe potuto in alcun modo estraniarsi da certi processi; occorreva soltanto decidere se trovarsi dalla parte dei popoli passivi o di quelli attivi. Nessun orrore doveva esserci per l'esercizio della forza, elemento questo che taceva pienamente parte dei processi della storia.234) La celebre battuta sull'educazione del papuano che, riferita da
22) Cfr. C. OTTAVIANO, Antonio Labriola e il problema dell'espansione coloniale, in Annali della Fondazione Einaudi, voi. XVI, Torino, Fondazione Einaudi, 1982, p. 309.
23) // Mattino, 23 febbraio 1897.
24) A. LABRIOLA, Scritti politici 1886-1904, Bari, Laterza, 1970, p. 471.